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Elvezia Marcucci, gli orrori della guerra e l’emigrazione da Grosseto in America - La storia / 4

La giovane grossetana trova la serenità negli Usa, poi la nostalgia di casa

Alle spalle la Seconda guerra mondiale e le violenze subite. Di fronte l’oceano, l’America e un futuro tutto da inventare. Dentro alla borsetta solo pochi dollari, e le cose importanti da salvare: l’amore, la famiglia, la passione per l’arte, l’attaccamento viscerale alla sua terra, la Maremma. È il 1947 quando Elvezia Marcucci, nata nel 1910 a Grosseto, decide di lasciare l’Italia per emigrare negli Stati Uniti. È una donna giovane, ha appena compiuto 37 anni, ma la vita le ha già mostrato il suo volto peggiore.

La memoria che ha scritto e consegnato all’Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano nel 2002, proposta per ampi stralci in queste pagine, si apre con il ricordo dolce dell’infanzia e della giovinezza. Parole tenui rievocano il sogno coltivato di diventare concertista, i giorni sereni trascorsi a scuola, le lunghe passeggiate con le amiche attraverso il Corso della città. La speranza pudica di incontrare per strada un ragazzo di nome Pippo, di cui è innamorata senza averlo «mai avvicinato» perché «allora l’amore si faceva con gli occhi».

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A Grosseto la famiglia di Elvezia gestisce quello che all’epoca si chiama il Caffè Greco. Risiede «in Via Roma, e nella casa c’era un appartamento per ciascuno di noi figli e quello di mia madre. Noi eravamo al secondo piano. Era arredato bene, con finestre grandi ben esposte, allora, al sole primaverile». Su questa luce, su questa normalità, cala il buio quando a diciassette anni subisce uno stupro e rimane incinta. Nasce Mirella, mentre Elvezia si ritrova costretta a sposare chi le ha fatto del male, un «ragazzo prepotente e violento, uno dei primi fascisti di Grosseto», che usa il manganello anche contro di lei. In una di queste occasioni finisce in ospedale, dove subisce l’asportazione di un rene. Nonostante tutto resta al fianco di quell’uomo con il quale, nel frattempo, mette al mondo un secondo figlio che chiama Enrico. Sarà la guerra a portarle via il marito, ucciso a trentaquattro anni dai partigiani in zona Montemassi, Roccastrada. «Non ricordo chi fossero, quei due signori che vennero per darmi quella terrificante notizia che era stata trovata vicino alla Federazione la macchina bruciata, con il cadavere carbonizzato! Mi dissero che lui era solo nella macchina e doveva essere lui stesso a guidarla».

Elvezia si ritrova sola e disperata, teme che con il padre abbia perso la vita anche il figlio più piccolo. «Era solo? Siete sicuro che era solo? domandai fra le lacrime, mi risposero. Sì, era solo. Stettero con me a lungo, cercando di calmare il mio dolore, e loro non sapevano, il dubbio che Enrico fosse ritornato con suo padre, mi faceva impazzire». Dovrà attendere la fine del conflitto per scoprire che il bambino è invece in salvo, preso in cura da un amico del padre, e per riabbracciarlo.

Dopo la Liberazione la figlia Mirella si sposa con un giovane e brillante fisico, Oreste Piccioni, collaboratore a Roma di Enrico Fermi. Nel 1947 Fermi chiama Oreste a lavorare a Chicago e anche Mirella si trasferisce in America. È allora che Elvezia decide di recidere, temporaneamente, il legame con l’Italia. E di raggiungere la figlia. Si apre così una lunga e pacifica parentesi di vita, coronata con un nuovo matrimonio. Sposa Joe, un «uomo tranquillo, buono se non bello», anche per avere la cittadinanza americana, lavora e riesce finalmente a esprimere la sua vocazione artistica, dedicandosi con successo alla pittura.

Presto riesce a farsi raggiungere anche da Enrico, e a costruirsi una vita serena con figli e nipoti accettando con disinvoltura divorzi e famiglie allargate. Di tanto in tanto solo la nostalgia per la sua terra, per la Maremma, arriva a turbare l’equilibrio raggiunto. Ed è nella sua terra che torna a vivere a settant’anni quando, rimasta vedova dopo trentadue anni di matrimonio, decide di lasciare gli Stati Uniti. L’eco dei dolori sofferti durante la guerra non è sparita, ma è attenuata dal suono della risacca sull’amata spiaggia della Marina, dalle pennellate con cui colora le tele nel suo studio di Grosseto, dalla pace interiore che le ha restituito la sua seconda vita.

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