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L’arte sacra di Galileo e Tito Chini

Le opere dei due maestri del liberty e dell’art decò in mostra a Casalguidi

PISTOIA. Galileo Chini, primo attore del liberty italiano ed il suo successore Tito, acclamato maestro dell’arte déco, celebrati in vita per la loro arte floreale e decorativa, ebbero pure onori e gloria per l’arte sacra. Però il tempo, mentre ha riportato in luce ornamenti, eclettismi ed esotismi come “natura docet” , si direbbe abbia relegato in secondo piano quanto i due dipinsero e decorarono in chiese, sacrari e cappelle private. Una mostra a Casalguidi, promossa dal Comune di Serravalle Pistoiese, “Galileo Chini, Tito Chini in Liberty e Novecento” , in corso fino al primo ottobre, rende giustizia, sia pure parziale, a questa dimenticanza.

L’esposizione comprende un ciclo pittorico dal 1890 al 1940. Di grande interesse in questa occasione sono i cosiddetti spolveri, in genere su carta pergamena, con i tutti i fori utili alla traccia del successivo disegno per gli affreschi, così come sono straordinari certi studi – lapis, matite, acquarelli e tempere – già di per sé opere compiute. Tra questi, spiccano i cartoni preparatori di Galileo Chini per Santa Caterina, per l’omonimo santuario a Siena ed un magnifico San Domenico – lapis e gessi su carta, di ben due metri e novanta per due metri e quaranta – per il relativo affresco nella cattedrale di Schio (Vicenza). Capolavori in esposizione sono una “Annunciazione” a tempera ed una “Sacra Famiglia” ad acquarello. Entrambi i Chini, fedeli al figurativo, non fecero altro che obbedire ai “desiderata” di Pio XII che
nell’enciclica “Mediator Dei” pur aprendo all’arte moderna, precisava che era «meglio l’arte figurativa», per i suoi caratteri non solo devozionali, ma pure didattici perché poteva rivelare il Cristianesimo con «facile lettura e lingua universale».

Paolo Gestri



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