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Giampaolo Simi scommette ancora sulla sua Versilia noir 

Esce “La ragazza sbagliata” dello scrittore viareggino Un giornalista riprende a indagare su un vecchio omicidio

Scommette ancora sulla sua Versilia lo scrittore viareggino Giampaolo Simi, cheproprio oggi torna in libreria con il nuovo romanzo “La ragazza sbagliata”, ambientato tra quel mare e quella montagna. E Sellerio scommette ancora su di lui, due anni dopo l’uscita di “Cosa resta di noi”, il noir che ha venduto 20.000 copie, facendo del romanzo di Simi un longseller. Una sorta di maratona sugli scaffali delle librerie, forte anche della consacrazione al Premio Scerbanenco, il più prestigioso riconocimento in materia di letteratura gialla.

Ci siamo: con oggi termina l’attesa e una nuova storia arriva nelle mani dei lettori. Di che cosa si tratta?

«“La ragazza sbagliata” è un noir e parte da un vecchio caso, la scomparsa di una giovane il cui cadavere viene poi ritrovato sulle colline della Versilia. Protagonista è un giornalista, Dario Corbo, che ha terminato la sua avventura romana a causa della chiusura della testata di cui era direttore. Disoccupato, lasciato dalla moglie, padre di una promessa del calcio, Corbo, che da giovane cronista aveva seguito a suo tempo tutta la vicenda, viene contattato da un editore per scrivere un instant-book proprio su quel caso per il quale era stata condannata Nora Beckford, figlia di uno scultore inglese trasferitosi a Pietrasanta. Diciannove anni di pena, Nora esce dal carcere dopo quindici e prova a cominciare una nuova vita, occupandosi dell’eredità artistica del padre. Ma ha un cognome ingombrante e ogni volta che si muove torna a galla la vicenda del passato. Ecco che un editore, cavalcando l’onda, chiede a Corbo di confezionare un libro sensazionale. Regista di tutta l’operazione è una donna magistrato che aveva conosciuto Nora in carcere come magistrato di sorveglianza. Ambigua, sfuggente, diventa per Corbo una sorta di Virgilio: insieme scopriranno aspetti sconosciuti della vicenda».

Vicenda che ha scelto di ambientare nuovamente in Versilia, come già “Cosa resta di noi”. Affetto o terra che ispira?

«Sia l’uno che l’altro. In Versilia non manca nulla, è un crocevia e non si fa fatica a far accadere fatti e situazioni qui. In Versilia ci può vivere e morire chiunque. È un microcosmo che ti permette di passare dall’orizzontale, il mare, al verticale, le montagne, in tre chilometri e la visione del mondo si ribalta. Questo è un confine anche mentale che aiuta lo scrittore a raccontare storie, fino a scoprire posti che si pensa di conoscere e invece così non è. Credo che i giallisti che vivono nella pianura Padana facciamo un po’ più fatica».

Quando scrive va materialmente nei luoghi dove ambienta il romanzo?

«Sì certo, per “Cosa resta di noi” ho passato giorni al bagno Antaura di Viareggio con l’obiettivo di dipingere un mondo che somigliasse molto a quello del lettore. Per “La ragazza sbagliata” sono andato spesso a Pietrasanta e dalle parti di Corvaia, ai piedi del Castello di Rotaio in una Versilia a metà tra mare e montagna, che merita di essere riscoperta. Con il portatile vado a scrivere nei luoghi della storia: è anche un modo per uscire di casa e stare lontano dal frigo!».

C’è un delitto, una condanna, una nuova ricerca di indizi: quanto di realtà, quanto di invenzione?

«Lo scrivo all’inizio del romanzo: la storia e i personaggi sono frutto di invenzione narrativa, non altrettanto si può dire per le vicende che si svolgono sullo sfondo nella Versilia del 1993. Lì si stagliano le ombre della storia del paese, avvenimenti documentati».

Perché il 1993?

«È stato il punto di partenza: sapevo che la vicenda si sarebbe svolta in questo anno di svolta per il Paese, c’è Mani Pulite, la storia politica e sociale dell’Italia sarebbe potuta cambiare in un modo piuttosto che in un altro».

Quando ha fatto capolino l’idea del nuovo romanzo?

«Poco dopo “Cosa resta di noi”, appena terminato il lavoro per la serie televisiva, ho iniziato la stesura fino alla fine di marzo, data di consegna».

Data che è un incubo per uno scrittore che deve congedarsi con i suoi personaggi dopo avervi convissuto per mesi?

«Diciamo che meno male c’è una scadenza, altrimenti il ripensamento è continuo. Sono certo che ci sono cose che non sono riuscito a concludere in questo libro e che farò nel prossimo. Alla fine a questa storia ho chiesto tutto quello che si poteva. Ma c’è sicuramente altro rimasto nella penna ed è questa la ragione per cui uno scrittore torna a scrivere ogni volta».

Lei è uno scrittore di noir, ha mai pensato di cambiare genere?

«Sinceramente no, non mi sembra che ci siano altre situazioni che possano raccontare meglio il nostro presente».

Il protagonista di questo caso potrebbe diventare un personaggio seriale?

«La serialità di un personaggio alla fine la decide il pubblico, sono i lettori che si appassionano e aspettano nuove vicende. Nel mio caso penso a una serialità a mosaico: scoprire tutta la verità sulla morte di Irene Calamai travolge la vita di tre persone e nell’ultima pagina lascio lo spazio per un sequel o un prequel. Vediamo come risponde il pubblico».

Da oggi i lettori di tutta Italia s’immergeranno nel romanzo nuovo, ma chi è il lettore privilegiato che per primo testa le sue storie?

«Sembra banale dirlo, ma la prima a leggere le bozze è mia mamma Mirte, 90 anni, che per tutta la vita ha divorato gialli Mondadori, uno alla settimana. È una lettrice esperta, anche se nella vita ha fatto la sarta. Per me è un occhio importante: rappresenta il lettore esigente, ma anche naif. Si accorge subito di incongruenze e contraddizioni, da buona sarta nota subito le cuciture della trama che non tornano e allora le riscrivo».

Nel 2015 con “Cosa resta di noi” ha vinto il Premio Scerbanenco, con i dovuti scongiuri, tentiamo il bis?

«Non credo sia mai successo. Ma qualche mese dopo la vittoria sono stato invitato da Cecilia Scerbanenco a Lignano Sabbiadoro, dove suo padre passava le vacanze e dove c’è il suo archivio. È stato un onore, come averlo vinto una seconda volta».

Di premio in premio: la Versilia che ama e in cui ambienta storie ha lasciato morire il Premio Giallo di Camaiore da lei inventato...

«Da me e da Andrea Roncoli. È stata una bella storia durata dieci anni, ma ora chiusa. L’unico dispiacere è che nessuno abbia alzato il telefono e abbia detto mi dispiace. Ciò significa che il territorio può farne a meno. Ho ricevuto telefonate di rammarico da scrittori come De Cataldo, De Giovanni, da giornalisti, ma non da rappresentanti politici, istituzionali o di categoria del territorio».

E del Premio Viareggio che ne pensa?

«Quello dei premi letterari è un discorso più ampio e va inserito nel contesto odierno dove il consenso che si crea intorno a un libro nasce in modo composito. La gente oggi si ribella nei confronti dei tecnici, delle giurie dei premi come si ribella verso i medici che dicono di vaccinare i propri figli. Un atteggiamento di insofferenza spesso infantilee deteriore. Piaccia o no, bisogna farci i conti».

Dai libri alla tv: il suo impegno come sceneggiatore di polizieschi
cosa ci riserva?


«La fase di scrittura è terminata: a fine estate dovrebbero iniziare le riprese di una nuova serie poliziesca prevista nel palinsesto Rai nel 2018. Assieme agli altri autori ci ho lavorato due anni. Di più non posso dire».

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