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Alfonso Signorini: "Debutto con Turandot e vi stupirò nel finale" 

Da re del gossip a regista a Torre del Lago. Con una sorpresa

La Principessa incorona la schiava. Incompiuta, ma non più irrisolta, Turandot. Si scioglie l’enigma mai pronunciato. Il gelo diventa diadema, sul capo di Liù. «Alfonso, è quella Liù che ha fatto tutto nell’opera». Impossibile per Alfonso Signorini dimenticare quel consiglio diretto e remoto di Gina Cigna: nel 1981 il soprano riceve a Torre del Lago il Premio Puccini come miglior Turandot del Novecento, il ruolo che fece indietreggiare perfino Maria Callas. Il consiglio diventa l’essenza narrativa di Turandot, con cui Signorini - direttore del settimanale Chi, scrittore, opinionista televisivo - debutta nella regia d’opera a Torre del Lago, al Festival Puccini. Prima assoluta il 14 luglio, con un cast importante: Martina Serafin (Turandot), Carmen Giannattasio (Liù), reduce dal successo al Met ne La Traviata diretta dal versiliese Nicola Luisotti; Stefano La Colla (Calaf).

Direttore Signorini, debutto nella regia con un’opera complessa. Neppure un indugio?

«Devo dire la verità: quando il maestro Alberto Veronesi (presidente del festival Puccini, ndr) mi ha avanzato la proposta, non ci ho pensato neppure un momento. Ho risposto subito sì. La musica fa parte della mia vita, anche se questo è un aspetto che non si conosce di me: sono diplomato al conservatorio Verdi di Milano in pianoforte, suono almeno due ore al giorno e lo faccio da qualche anno su un pianoforte gran coda Steinway».

Difficile immaginarla fra gli spartiti. Quando nasce la sua passione per la musica?

«Da bambino. Vengo da una famiglia nella quale non c’era preparazione musicale, ma una grande passione per la musica sì. In particolare per la lirica. I miei nonni paterni si sono conosciuti in sanatorio e quando sono usciti, mio nonno portò mia nonna a vedere La Traviata alla Scala con il soprano Toti Dal Monte. Fra l’altro, mia nonna teneva a precisare di chiamarsi Armida dall’opera di Rossini e mia madre si chiama Emilia in omaggio alla cameriera della Desdemona nell’Otello di Verdi».

In un certo senso, un predestinato alla lirica.

«Già a 12 -13 anni, il venerdì correvo in edicola a comprarmi i vinili con le arie della Callas. I miei compagni ascoltavano “Ti amo” di Umberto Tozzi e io Rigoletto di Verdi. Poi dalla pianola che mi hanno regalato i miei genitori, sono passato al conservatorio, dove mi sono diplomato durante l’università».

E ora debutta nella regia con Puccini. Quale è stato il suo approccio con Turandot?

«Importante. Negli anni ’80 all’università per una tesi sulla storia della musica intervistai a Milano Gina Cigna che deteneva il primato delle 500 recite nel ruolo. Aveva più di 90 anni e una grande lucidità. Per me fu illuminante. Aveva preparato il ruolo con Hariclea Darclée, il soprano che era stata la prima Tosca, quella del debutto nel 1900 al teatro Costanzi di Roma».

Stiamo parlando di miti della lirica. Che cosa le disse Gina Cigna di Turandot?

«Parliamo del soprano che interpretò il ruolo quasi senza veli negli anni Quaranta a Zurigo, con un allestimento che fece scalpore. Lei mi spiegò la psicologia del personaggio».

Ecco la psicologia, il vero enigma di Turandot: da tagliatrice di teste a donna innamorata. Lo stridore. Come scioglie questa contraddizione?

«La soluzione è nell’opera. Il punto focale è l’incontro fra Turandot e Liù con la domanda fatale: la principessa che chiede alla schiava torturata (per rivelare il nome del principe straniero) “Chi pose tanta forza nel tuo cuore?”. La risposta è efficace: “Principessa, l’amore”. Per la prima volta Turandot ha una manifestazione concreta di che cosa significhi questa parola e allora mette in crisi il suo mondo».

Come si rende in regia questa lettura?

«Introducendo un elemento di novità. L’unico. A mio avviso il regista, come il direttore d’orchestra, deve essere il servitore della musica, soprattutto in presenza di geni assoluti come Verdi e Puccini. Quindi, bisogna essere molto cauti».

Quale sarà questo elemento di novità?

«Riguarderà il finale. Quello che proporremo a Torre del Lago sarà il finale di Alfano e credo che l’idea di regia si sposi bene con la musica. Abbiamo deciso di non far uscire Liù di scena dopo il suicidio. Quando muore e Timur la prende per mano, resta sul palco, ad assistere (metaforicamente) allo svelamento dell’innamoramento fra Turandot e il principe Calaf».

In che modo?

«Turandot prende il suo diadema e lo depone sul capo della schiava riconoscendo il ruolo centrale di questa donna nella vicenda. Tutta l’opera, nel secondo atto, porta verso questa conclusione. Noi abbiamo una principessa di gelo che dall’Empireo scende verso gli uomini a mano a mano che gli enigmi vengono sciolti. Turandot scende una scalinata, ma è una discesa anche metafisica. Arriva da Liù e quando le parla la schiava non abbassa gli occhi, è sullo stesso piano, ha acquisitola regalità della forza e dell’amore. E la principessa riconosce che la svolta della sua vita è dovuta alla schiava. Aveva ragione la Cigna: nell’opera ha fatto tutto Liù».

Ha avuto avuto anche lei questa impressione, quando ha visto in precedenza Turandot?

«Io ho assistito finora a una sola recita di Turandot, da loggionista alla Scala nel 1983, con un cast irripetibile: Domingo, Ghena Dimitrova, Katia Ricciarelli.

Ma ho avuto un attacco di panico prima della fine del primo atto. Non l’ho più vista a teatro. Credo che con Puccini questo possa accadere. Ci sono opere che ti lacerano: per me, ad esempio, è impossibile arrivare alla fine di Suor Angelica. Troppo forti le emozioni che mi smuove».

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