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Il capolavoro di Marquez meno esotico e più concreto 

Esce per Mondadori la traduzione curata dalla lucchese Ilide Carmignani «La versione di mezzo secolo fa era superata, ora leggiamo un libro diverso»

B envenuti a Macondo, da oggi Paese di Specchi e Miraggi. Non più di Specchi e Specchietti. Abbandonate la finzione, il belletto del Realismo magico. Il passo da Europei si allunga (finalmente) in America Latina, a ritmo di “vallenato”, dice Gabriel Garcia Marquez, la musica del nord della (sua) Colombia. Trecentocinquanta pagine di metrica laica che ci restituiscono, dopo mezzo secolo, “Cent’anni di solitudine” come davvero è stato scritto e pensato. E magari anche rivisto. Ma senza i filtri (rassicuranti) delle prime traduzioni che, con l’esotismo e la bizzarria, hanno reso comprensibili (e accettabili) all’Europa le rivoluzioni, le famiglie allargate, i bambini con la coda di maiale. Merito di Ilide Carmignani, traduttrice lucchese, la voce italiana di Borges, Octavio Paz, Carlos Fuentes, Roberto Bolaño, Almudena Grandes. Da sempre di Luis Sepulveda. Ora Mondadori le affida la nuova traduzione italiana di “Cent’anni di solidutine” il libro più letto (e venduto) di lingua spagnola dopo Don Chisciotte.

Come si arriva a tradurre un libro simbolo come “Cent’anni di solitudine”?

«È un viaggio attraverso la letteratura. E la lingua. Una decina di anni fa avevo tradotto un altro libro di Garcia Marquez “L’incredibile e triste storia della candida Erendira” e avevo lavorato alla revisione dei testi di Marquez contenuti nel secondo volume dei Meridiani di Mondadori: mi era risultato evidente il fenomeno di “esotizzazione” degli scritti di Garcia Marquez già evidenziato da un giornalista studioso di autori latinoamericani. Inoltre era evidente il ricorso a un italiano “invecchiato”, un po’ desueto. L’italiano letterario utilizzato era il toscano e anche a me che sono toscana suonava un po’ superato, soprattutto in alcune espressioni. A quel punto mi è venuto spontaneo proporre a Mondadori: traduciamo di nuovo “Cent’anni di solitudine”. L’anno scorso mi hanno affidato l’incarico in vista del 50° anniversario della pubblicazione del romanzo».

Cosa significa tradurre questo romanzo che, dopo il Don Chisciotte è l’opera di lingua spagnola più letta nel mondo?

«Per me è una responsabilità maggiore perfino che tradurre il Don Chisciotte che, come testo “fuori diritti” è di pubblico dominio e quindi lo può tradurre chiunque. Infatti esistono un’infinità di traduzioni. Ce n’è perfino una di un gruppo di studenti che si sono cimentati nell’impresa con un loro professore. Quindi, il lettore può scegliere quella che preferisce e il traduttore non ha la responsabilità di essere l’unico ponte tra il lettore italiano e l’opera. Al contrario, “Cent’anni di solitudine” è ancora sotto diritti: lo può tradurre, quindi, solo il professionista scelto da Mondadori, la casa editrice che ha acquistato i diritti per l’Italia. E io sono stata scelta. Un grande onore».

Quante traduzioni esistono in italiano di “Cent’anni di solitudine”?

«Oltre alla mia (da ieri in libreria, nrd) c’è quella classica di Enrico Cicogna, che io stessa ho letto, la prima volta da adolescente, di nascosto, al liceo classico Machiavelli di Lucca. La divoravo di nascosto, sotto il banco, in prima liceo, durante le lezioni».

Ora, invece, dopo un anno di lavoro, si legge la sua traduzione. In che cosa sarà diversa?

«Leggeremo un libro nuovo».

Un libro nuovo?

«Per linguaggio, ritmo, lessico. Ma non dobbiamo ignorare l’importanza del lavoro di Cicogna, traduttore attivo negli anni ’60 e ’70, che ha consegnato all’Italia le avventure di James Bond, prima di passare ai romanzi di lingua spagnola. Quando gli arriva “Cent’anni di solitudine”, in Europa Garcia Marquez era un signor Nessuno. Lo ammette lo stesso scrittore nelle lettere pubblicate in appendice alla nuova edizione del romanzo: mai avrebbe immaginato di riscuotere tutto quel successo con questo romanzo che è il libro che fa scoprire l’America latina all’Europa, al Mondo Occidentale».

E come avviene questo incontro fra Europa e America Latina attraverso “Cent’anni di solitudine”?

«Questo libro subisce un processo particolare proprio perché responsabile dell’incontro fra questi due mondi. Nel 1967 gli europei guardano a questo mondo come lo vogliono vedere, attraverso i loro filtri: esotico, strano, mitico, dove le persone ascendono al cielo, combattono 120 guerre, hanno cento figli. Nelle lettere in appendice al libro, Marquez lo sottolinea, citando un episodio che lo aveva un po’ infastidito, in Francia. Alla presentazione del romanzo, i critici gli domandano quanti bambini con la coda di maiale nascano mediamente in America Latina; lui ammette di rispondere in modo ironico: “Beh.. mediamente...”».

E questo “esotismo” si avverte anche nella prima traduzione italiana?

«Pensando di rendere il libro più accattivante per il lettore italiano, Cicogna in tutto il libro usa sempre i sinonimi più strani per le parole. Un esempio: Marquez indica le secche marine con la parola “medanos”; Cicogna le traduce con “sirti”, parola che nessuno conosce. Così nasce anche il pavimento “scaccheggiato” invece che “a scacchi” e molto altro che ingenera la convinzione che Garcia Marquez abbia scritto un libro stranissimo, surreale. Invece è un libro concreto. Ma precisiamo: Cicogna era un traduttore bravissimo, con un italiano meraviglioso. Solo che adotta scelte bizzarre. O si prende alcune libertà per rendere comprensibile meglio il libro ai lettori».

E questo che significa?

«Per aiutare il lettore italiano che nel 1968 magari emigrava ma non viaggiava molto tutta una serie di termini che sono legati alla realtà della Colombia vengono “addomesticati” in modo da diventare comprensibili. Ad esempio: gli alcaravanes, uccelli selvatici che in italiano sono gli “occhioni”, con Cicogna diventano “galline”: così il lettore italiano li associa a un animale noto. Idem per le pietanze: il sancocho, uno stufato particolare con le banane, diventa un semplice stufato. Oggi, però, sappiamo anche che rispettare con la traduzione la letteratura altra, significa rispettare anche gli elementi culturali, non essere più eurocentrici, non appiattire. In questo senso, nella nuova traduzione c’è stato un lavoro di restituzione del libro».

Ma non sarà stato facile tradurre senza avere l’autore a portata di mano.

«In un certo senso io ho avuto molto più di Cicogna e non solo perché “Cent’anni di solitudine” sia il testo con la bibliografia più ampia di tutta la letteratura spagnola. È che la mia traduzione è stata fatta sull’edizione critica del romanzo decisa dalla Reale accademia e dalle Accademie della Lingua spagnola insieme a Garcia Marquez: in occasione degli 80 anni dell’autore,
sono state prese tutte le edizioni esistenti del romanzo ed è stata prodotta l’edizione definitiva. Marquez in persona è intervenuto su questo testo: ha cambiato elementi di punteggiatura, ha cambiato alcuni aggettivi. Io questo testo ho tradotto».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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