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Chuck Berry, l’uomo che piantò il seme del rock

È morto a novant’anni: il genio, i tormenti e un pugno famoso, sferrato a Keith Richards

Probabilmente l’episodio che riassume meglio la turbolenta vita di Chuck Berry - morto sabato a 90 anni - è avvenuto nel suo camerino nel 1981. Il concerto era appena finito e seduto accanto a lui c’era Keith Richards. Berry non aveva ancora risolto la questione che più gli interessava dei suoi concerti: i soldi. Per tutta la vita li ha pretesi in contanti, non importava con chi aveva a fare, se si trattava di un tour o di un grande show. Ed era lui che li metteva nella valigetta. Lasciò Keith Richards da solo in camerino a custodirgli la chitarra. E lui, da fan, non resistette alla tentazione di suonare lo strumento del suo idolo. Purtroppo Berry rientrò proprio mentre Richards suonava e lo colpì con un diretto al volto, lasciandogli un occhio nero.

Questo era l’atteggiamento che aveva. Sapeva di aver inventato le regole di una musica che avrebbe cambiato il mondo. E di non aver avuto quanto meritava. A differenza di parte dei musicisti neri della sua generazione Chuck non aveva origini povere. Lui, che era della middle class, a 18 anni si era beccato una condanna per rapina. Poi, al culmine del successo, nel 1959, fu arrestato per aver sedotto una ragazzina di 14 anni. Cinque anni di condanna, ridotti poi a tre. Quando uscì di prigione il treno era passato. L’America degli anni ’50 era ancora segregata (c’erano le classifiche per la musica nera) e non impazziva per quel nero sfrontato che ha portato la chitarra elettrica al centro della scena e che è stato il primo a scrivere testi che raccontavano in modo diretto e pieno di ironia l’universo giovanile, che negli anni di “Roll Over Beethoven”, “School Day”, “Johnny B. Goode”, “Come On” , “Sweet Little Sixteen” scopriva di essere una categoria sociologica. Quei versi avevano ritmo, erano facili da capire, ma tutt’altro che banali ed erano frutto di una sofisticata scelta legata anche al suono delle parole in un quadro musicale, che combinava il Blues, lo Swing, il Country, la lezione di T Bone Walker e le risorse, allora rivoluzionarie, della musica amplificata. Il tutto arricchito da una presenza scenica travolgente, entrata nella storia grazie al “duck walk”, il passo dell’anatra.

In quegli anni lì, e per molto tempo a venire, i musicisti venivano derubati da contratti truffa e se eri bianco era meglio. Nel 1963 i Beach Boys conquistarono il mondo grazie a “Surfin Safari” che è identica, nota per nota, a “Sweet Little Sixteen”. Chuck Berry dovette aspettare molti anni prima che la causa per plagio gli facesse ottenere un parziale risarcimento. In realtà il suo periodo d’oro dura pochi anni: come molti padri del rock’n’roll, è rimasto legato alla musica e ai brani che l’hanno reso famoso. A coltivare il suo genio e a portarlo nel futuro sono stati innanzitutto i rocker inglesi degli anni ’60, a cominciare dai Beatles e i Rolling Stones e quelli delle generazioni successive, tutti consapevoli che il rock come lo intendiamo oggi non sarebbe esistito senza Chuck Berry. Che, insieme a un gruppo di musicisti neri della sua generazione, ha trascorso la vita a rodersi del fatto di non aver mai avuto quanto gli era dovuto per essere stato l’inventore. Lo sapeva bene Keith Richards che, nonostante l’episodio dell’occhio nero, nel 1987 organizzò per i 60 anni del suo idolo un mega concerto con ospiti come Eric Clapton, Linda Ronstadt e il leggendario Johnnie Johnson, il pianista degli esordi di Berry. Come ringraziamento per il lavoro svolto, Richards fu maltrattato davanti a telecamere, media e ospiti durante la prova generale, “reo” di suonare «troppo» durante le parti vocali del leader. Sempre nel 1987 Chuck Berry fu ospite del “Fantastico” condotto da Adriano Celentano: anche lì fece sudare i dirigenti Rai per la storia del compenso e poi propose la consueta esibizione sgangherata chiusa da “Tutti frutti”. Nel 2007 è stato l’headliner del concerto

del Primo Maggio di piazza san Giovanni. In più di mezzo secolo di carriera non ha mai voluto una band: non conosceva neanche i musicisti con cui suonava. In Europa sbarcava in Germania o in Olanda, scritturava una ritmica e faceva il tour. Sempre attento alla valigetta.

Paolo Biamonte

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