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Di origine centroeuropea l’errore fatale 50 anni fa

Il presidente nazionale di Federparchi: è più grosso e prolifico dei nostrani, l’unica soluzione è programmare operazioni di abbattimento e contenimento

«Paghiamo gli errori di cinquant’anni fa, quando in Toscana – e in altre parti d’Italia – è stato introdotto il cinghiale centroeuropeo. Si tratta di un esemplare più grosso e prolifico rispetto a quello nostrano, che ha cambiato radicalmente la specie degli ungulati. Ora la popolazione ogni anno può tranquillamente raddoppiare. Servono operazioni di contenimento, come catture e abbattimenti. Metterle in pratica, teoricamente, non è affatto difficile. Il problema sono le implicazioni di carattere sociale e le diverse opinioni delle persone».

A dirlo è Giampiero Sammuri, presidente nazionale di Federparchi e del Parco nazionale dell’Arcipelago toscano.

Esperto in scienze biologiche – si è laureato con il massimo dei voti all’università La Sapienza di Roma e da moltissimi anni affronta problematiche di questo tipo – recentemente proprio all’Elba si è trovato a combattere l’eccessiva densità dei cinghiali, che di tanto in tanto provocano incidenti e sistematicamente creano notevoli danni al comparto agricolo.

Sull’isola, ogni anno, all’interno dell’area protetta ne vengono catturati fra i 1.000 e i 1.200 esemplari.

Presidente Sammuri, in Toscana come si può combattere l’emergenza ungulati?

«Voglio dire innanzitutto che in Toscana il problema dell’ibridazione è molto meno presente rispetto ad altre regioni come la Sicilia. Lì, sulle Madonie, è una vera e propria emergenza. In ogni caso sono d’accordo sul fatto che sia opportuno ridurre artificialmente la popolazione degli ungulati. Tecnicamente è facile: servono catture e abbattimenti. Si può fare».

L’impiego dei cacciatori può essere una soluzione?

«Certo, ma non l’unica. Chi impiegare è secondario, l’importante è procedere. Le tecniche, lo ripeto, sono semplici».

E i problemi allora quali sono?

«Sono di carattere sociale. In ogni territorio ci sono diverse opinioni e non tutti possono essere d’accordo sugli abbattimenti artificiali».

Però anno dopo anno gli ungulati si riproducono sempre di più. A che ritmo aumentano?

«Si riproducono una o due volte l’anno. Tenendo conto che sono soltanto le femmine adulte a proliferare, nell’arco di dodici mesi la popolazione può come minimo raddoppiare. All’Elba, per ridurre l’eccessiva densità, all’interno del Parco nazionale dell’Arcipelago togliamo fra i 1.000 e 1.200 esemplari l’anno».

Tutto nasce dall’introduzione in Italia dei cinghiali centroeuropei.

«Sì, erroneamente sono anche chiamati cinghiali ungheresi, ma non per forza provengono da lì. In Toscana fortunatamente il fenomeno dell’ibridazione è meno sentito rispetto ad altre realtà come la Sicilia, ma c’è. La cosiddetta specie mediterranea aveva diverse caratteristiche: ungulati più piccoli, raggiungevano un peso inferiore e si riproducevano con meno frequenza e più lentamente. Insomma, erano tutta un’altra cosa e contenerli non era difficile».

Esiste poi un problema non secondario legato alla sicurezza stradale. Maggiori sono gli ungulati, più è alto il pericolo di incidenti come quello mortale di due giorni fa in provincia di Pisa.

«Non c’è un legame diretto fra la densità animale e gli incidenti stradali. Gli studi hanno evidenziato come sinistri di questa tipologia si verifichino per lo più in due circostanze: su rettilinei che tagliano i boschi, nei quali la probabilità che gli ungulati attraversino la strada è più elevata, quando generalmente le auto viaggiano a velocità più alta del normale. Sono questi gli elementi che nella maggior parte dei casi riscontriamo quando si verificano collisioni fra veicoli e ungulati».

Però, più cinghiali ci sono, più è alta la probabilità di trovarli lungo le strade.

«Lo ripeto: non c’è un rapporto diretto, ma certo la probabilità che si verifichino tragedie come quella in provincia di Pisa può aumentare. Gli studi ci dicono comunque che maggiore è la popolazione degli ungulati, più ingenti sono i danni provocati alle coltivazioni agricole».

Bisogna

quindi incentivare gli abbattimenti.

«Sì, ne guadagneremmo tutti, sia dal punto di vista della sicurezza dell’uomo che da quello ambientale. Non è neanche una questione di risorse da investire, perché i soldi spesi compenserebbero i danni arrecati».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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