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LE STRAGI DEL '44 / Vinca: il Monco li chiamò. E i “Mai Morti” risposero

Reder e 100 brigatisti neri di Carrara protagonisti di una strage feroce: il 24 agosto si contarono oltre 170 morti

VINCA. Volevano sapere, ma non osarono chiedere. «Che cosa potevo chiedere a mio padre? Di raccontarmi come aveva trovato mia cugina. E con lei mio nonno, due zii e due zie?».

A questo punto Celso Battaglia, 81 anni, non resiste, piange. Non va oltre nel descrivere l’orrore, perché sono cose scritte e riscritte quelle delle stragi di Vinca, Lunigiana. Settant’anni fa, il 24 agosto 1944, si contarono oltre 170 morti – come sempre il numero è incerto – fucilati, freddati, ma anche seviziati. L’elenco delle crudeltà inflitte da tedeschi e fascisti e testimoniate dai superstiti è oltre ogni immaginazione. C’è la donna incinta di 9 mesi a cui , viene aperto il ventre e strappato il feto – ormai un bambino – e messo in braccio ad un suo cugino che inizia ad urlare dallo strazio, prima di essere freddato. C’è «il tiro al pettirosso»: un bimbo di pochi mesi lanciato in aria e preso a fucilate. C’è una donna impalata dalla «natura alla bocca». Le testimonianze sono raccolte nei suoi libri da Paolo Bissoli, storico e presidente dell’istituto storico della Resistenza.

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Sant’Anna di Stazzema, Versilia, 12 giorni prima, apre la danza macabra delle SS sulla linea Gotica. A Vinca. Lunigiana, si va oltre, se non nel numero, nelle atrocità. E se in Versilia la presenza italiana resta in parte ambigua (guidarono i tedeschi o furono costretti a portare le munizioni?) a Vinca non c’è alcuna incertezza sul ruolo degli italiani.

«Reder chiese al colonnello Lodovici: quanti uomini mi puoi dare?» L’infame rispose: «Cento, in un’ora li avrete qui». Celso ricorda questo dialogo fra il Monco, il tristemente famoso maggiore delle Ss, ed il comandante della Brigata Nera “Mussolini” di Carrara. I Mai Morti, in gergo salodiano, arrivarono quasi in cento. In più c’erano uomini della X Mas scaricati dai camion arrivati da Spezia, base dei «bravi» comandati dal Principe Nero. Junio Valerio Borghese.

IL COMMENTO La liturgia del male e la sfida della pace

01-B_WEBQuasi mille soldati con l’élite della macelleria tedesca: la sedicesima panzer granadier division Reichsfuerer. Gente che aveva combattuto e ucciso nell’Est Europa. Come Reder che ci aveva perso un braccio. Ufficiali politicizzati, fanatici, iscritti in certi casi fin dagli anni Trenta al partito nazionalsocialista. Che nell’Europa dell’Est ed in Russia aveva ucciso senza risparmio: ebrei, slavi, zingari. Tutte razze inferiori nel mondo nazista. Inferiori per le truppe di Kesselring erano anche gli italiani dopo il tradimento dell’8 settembre 1943. E così portarono al morte in un paese che era un paradiso ai piedi del maestoso Pizzo d’Uccello. «Non erano ubriachi, né drogati – ricorda Celso, 83 anni – ma abituati a questo tipo di azioni. E non fu una rappresaglia come disse Reder al processo a Bologna. Non c’erano partigiani in zona e l’ultimo tedesco ucciso dai patrioti era caduto il 6 agosto, 20 giorni prima. No. Sapevano che in paese c’erano solo donne e bambini, tanti vecchi e qualche maschio adulto. Che si salvò fuggendo ma per un motivo solo: che già sapeva cosa fosse successo a Sant’Anna settimane prima. Eppure vennero su in mille, con quasi 100 mezzi. Portarono con sè anche un cannone, come se andassero veramente a combattere».

Battaglia chiarisce perché i civili, dopo Sant’Anna avevano paura. «A Vinca c’era l’organizzazione Todt che stava aprendo una strada. Quando c’era in atto un rastrellamento lo facevano per trovare manodopera. Stazzema fece capire che invece si cercava la strage, così i maschi scapparono».

Celso, 11 anni, prima di scappare ricorda un episodio che non dimenticherà mai. «Si chiamava Renato, mio padre. Era del 1906. Quando seppe che arrivavano i tedeschi prese un pane e dette a noi ragazzi una porzione spropositata. Soprattutto rispetto alla razione che ci toccava ogni giorno. «Mangiatelo, poi si vedrà...».

«Voleva dirci che non sapevamo cosa ci avrebbe aspettato in quei giorni dell’ira e quindi era meglio mangiare, finché si poteva».

Celso Battaglia oggi sarà a Vinca. Ha scritto libri, composto poesie, raccolte forte sull’Eccidio. La vita non gli ha risparmiato niente, compreso 20 anni di immigrazione. «In Francia, operaio in un’azienda di vetro a Orleans. I miei fratelli andarono come tanti altri a Milano. Facevano i lavapiatti, alla fine riuscirono ad aprire un ristorante tutto loro».

01-A_WEBDa quando è tornato Celso Battaglia non ha mancato di visitare scuole, di raccontare quei giorni, di sollecitare che si arrivasse alla fine degli iter processuali. Oggi a Vinca vedrà un suo nuovo successo. «Sono riuscito a convincere l’ex ministro Carrozza a leggere la comunicazione ufficiale».

L’eccidio di Vinca ha avuto come conseguenza ben tre processi. Ci fu quello, del 1950 a Perugia, dove vennero giudicati i brigatisti neri di Apuania (allora Carrara, Massa e Montignoso era riuniti in un solo Comune, per volontà del fascismo). Finì con una lunga serie di ergastoli per i fascisti della strage, ma anche con assoluzioni e prescrizioni . Vittime e superstiti non furono poi così soddisfatti. La Guerra Fredda stava facendo già i suoi effetti.

Walter Reder verrà giudicato a Bologna nel 1951 per la strage più efferata, quella di Marzabotto-Monte Sole ma anche per Vinca (condannato) e per Sant’Anna, assolto. Il Monco fu condannato a morte, poi tramutato in ergastolo e graziato nel 1985.

Poi ci sono stati i processi dei primi anni Duemila a La Spezia dove vennero giudicati gli altri tedeschi riconosciuti fra i protagonisti della strage, di Vinca e di San Terenzo. Il Tribunale militare di Spezia giudicò quegli episodi che erano stati archiviati negli anni Cinquanta nel fin troppo famigerato «Armadio della Vergogna».

Dopo le condanne anche a Vinca si è tentata la strada del risarcimento chiesto allo stato tedesco come naturale successore del Terzo Reich nazista.

E allora anche Celso continua la sua missione di ricordare morti. «Io credo che lo Stato Italiano non abbia mai riconosciuto l’efferatezza di Vinca. Per me resta comunque una strage dimenticata».

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