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«Si dice ministra» Ora un manuale fissa le nuove regole

Presentato a Roma il dizionario che stabilisce come declinare al femminile professioni e mestieri

ROMA. Finalmente c'è una regola scritta in un manualetto per giornalisti smilzo e sintetico ma denso di informazioni. Un punto di riferimento sicuro per giornalisti alle prese con dubbi linguistici e con donne che rivestono incarichi di prestigio i cui titoli professionali sono coniati al maschile. Si dice ministra, sindaca, direttrice generale? Domande che ritornano.

«Non ci sono più scuse – dice la pontederese Cecilia Robustelli, autrice del vademecum “Donne, grammatica e media” – una donna è architetta, chirurga, sindaca, avvocata e ingegnera: le forme maschili lasciamole agli uomini. La riflessione sull'uso del femminile non è solo grammaticale perché il linguaggio ha anche una funzione politica. Individuare la presenza delle donne anche in ruoli apicali contribuisce a collocarle meglio nella cosiddetta cittadinanza attiva». Di questi suggerimenti per l’uso dell’italiano si è parlato ieri durante la presentazione del manuale che si è svolta nella sala Aldo Moro alla Camera dei Deputati.

Del sessismo linguistico si ragiona dagli anni Ottanta e oggi se ne prende atto anche nell'articolo 9 della legge regionale n.91 dell’ Emilia Romagna del 25 giugno 2014 che si intitola “Linguaggio di genere e lessico delle differenze”. Un bel passo avanti sul piano politico. «C'è bisogno di una legge per sdoganare regole che nella nostra lingua esistono già ma non vengono rispettare al contrario di quello che succede in altre lingue europee. E invece proprio alla luce del multilinguismo e del semestre italiano di presidenza europea una modernizzazione dell'italiano è richiesta dai traduttori e dagli interpreti per comunicare in modo adeguato», continua Robustelli, docente di linguistica all’Università di Modena.

Le 80 pagine del manuale, pubblicato da GiULiA giornaliste hanno la prefazione della presidente onoraria dell'Accademia della Crusca, Nicoletta Maraschio e si concludono con un elenco di forme maschile e femminili che aiuta a togliersi ogni curiosità sulle varianti femminili di incarichi e professioni. Insomma, si punta l’attenzione, con lo scopo di correggerli, sugli usi della lingua che nascondono o sono meno efficaci per raccontare la presenza della donna nella società, assumendo che debba svolgere posizioni di scarso rilievo. «Le donne devono essere orgogliose di essere definite al femminile visto le fatiche fatte per ottenere certi traguardi”, conclude Robustelli.

I vecchi stereotipi sono difficili da superare. Oggi suona come un paradosso che spesso a invocare modelli

linguistici e comportamentali maschili sono le donne nella convinzione che adottarli equivalga a raggiungere posizioni di maggior prestigio.

Detto questo, dopo avere letto il manualetto, a maggior ragione, facciamo attenzione quando parliamo di donne!

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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