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Il partigiano che passò dall’inferno della guerra a quello della miniera

«In prima linea a El Alamein, poi la Resistenza a Carrara. E come ringraziamento fui costretto a emigrare in Belgio»

Arrange-toi. «Arrangiati, mi urlò in francese, lingua che peraltro ignoravo, il mio caposquadra». Era il 1951. Giorgio Mori, carrarino, classe 1923, seconda avviamento, era disceso nelle viscere della Piccola Bacnure a Liegi, Belgio ad estrarre carbone. Settecento metri sotto terra, infllato in una buca alta 50 centimetri a spalare oro nero. «I primi giorni pensi a come scappare, poi ti abitui. L’uomo si abitua a tutto».

Eppure Giorgio Mori ne aveva da recriminare e non poco. Prima del 25 luglio era stato caporale del Regio Esercito, aveva combattuto in Cirenaica nei giorni caldi di El Alamein. Poi si era ritrovato, come parà del Nembo a fronteggiare lo sbarco in Sicilia degli Alleati. E poi l’8 settembre 1943 e poi la guerra partigiana fra Alpi Apuane e Garfagnana. «Tornato a casa dopo l’armistizio – ricorda – passavo il tempo a nascondermi. Noi disertori eravamo ricercati da tutti: dai carabinieri, dai repubblichini e naturalmente dai tedeschi. Riuscii a prender contatto con un gruppo di antifascisti del Partito d’azione e da lì inizio la mia Resistenza».

Ma non era bastato. Non era servito partecipare a tutte le azioni partigiane fino alla liberazione di Carrara nell’aprile del 1945. «Il colonnello Miller scrisse una lettera in inglese per ringraziarci, perché i partigiani gli avevano consegnato una città, Carrara, libera dai nazisti. Senza che gli Alleati sacrificassero un solo G.I.». Non bastava neppure questo. Giorgio Mori era un ex partigiano, per di più comunista. «E’ questo bastò perché rimanessi senza lavoro e finissi in Belgio».

Nei giorni del Revisionismo, del Sangue dei vinti e di altre revanche, la storia di questo uomo ancora bello e prestante a 91 anni, dice cosa fu la Resistenza ed il Dopoguerra. «La borghesia di Carrara ci odiava – ricorda Mori – prima c’erano stati i padroni delle cave, come i Fabbricotti, ma erano fatti di un’altra pasta. Questi erano stati creati e fatti arricchire da Renato Ricci, il ras fascista di Carrara che seguì Mussolini a Salò. Una borghesia orfana della camicia nera e del manganello».

In più il commissario prefettizio nominato dal Cln era Carlo Andrei, un uomo d’azione. «Era detto Pipa perché fumava sempre – aggiunge Mori – immaginò di espropriare le cave, allora in mano alla Montecatini, e farle diventare del Comune». Idea che costò ad Andrei. «Era comunista, ma fu proprio il Pci, allora ancora al governo, a richiamarlo all’ordine».

In una Carrara sotto il controllo alleato ne poteva succedere di tutte. «In realtà gli Americani se ne infischiavano delle nostre beghe. Le lasciavano a noi. Ci furono degli anarchici che occuparono delle cave e i loro eredi le hanno ancora oggi». Ma la sorte di gente come Mori era segnata. «Alla fine trovai anch’io un lavoro. C’era miseria, le cave non ripartivano. Grazie ad uno sciopero generale, divelgemmo anche le rotaie alla stazione di Avenza, spuntarono fuori a Carrara 3mila posti di lavoro. Anch’io lo trovai in un azienda della Montecatini. Mi nominarono nella commissione interna . In più avevo la tessera del Pci: mi costringevan. o ai lavori peggiori, i più ingrati e pericolosi. Dentro i silos dove eri costretto a bere latte in continuazione per disintossicare il sangue. Avevo un figlio piccolissimo ed una moglie. A Carrara il lavoro era poco e poi io ero segnato e allora decisi di andare in Belgio».

Appare tutto molto strano. Carrara città rossa e nera (ma nel senso degli anarchici) non trovava un lavoro per questo ex combattente della brigata d’assalto Gino Menconi. «Solo il Pci mi dette una mano – ricorda nel salotto della sua casa di Marina di Carrara – ero un giovane sveglio e mi proposero di andare alle Frattocchie alla scuola di partito».

Le mitiche Frattocchie, poco fuori Roma, dove sono stati educati alla lotta politica D’Alema e Occhetto, Cuperlo e Veltroni. «Ma a Roma c’era da mangiare solo per me. Era un posto da scapolo. E allora vidi un manifesto che invitata i disoccupati italiani a firmare un contratto per andare nelle miniere del Belgio».

Partirono in treno di notte da Milano e arrivarono alla stazione di Liegi sempre di notte. «Sembravamo deportati. Sia gli italiani che i belgi si vergognavano. Ignoravamo che ci fosse un trattato fra i due paesi:braccia italiane in cambio di carbone del Nord».

Nell’agosto del 1956 in una vecchia e pericolosa miniera di Marcinelle avvenne un incidente: morirono 260 minatori, di cui 160 italiani. «Quasi tutti pugliesi – ricorda Mori commosso – io andai a recuperare i morti in fondo alla Bois de Cazier. Inutile descrivere in che condizioni erano. Ma l’incidente cambiò tutto: si capì in che condizioni si lavorava». E lei non pensava all’Italia ingrata? «Non c’era tempo, c’era da lavorare e pensare alla famiglia. Poi certo io avevo ancora la tessera con la falce e martello e mettemmo su una cellula semiclandestina».

Tornò in Italia nel 1963. C’era il boom, ma soprattutto Mori aveva già i polmoni intaccati dalla silicosi. Alla fine trovò lavoro in una scuola di Carrara, grazie ad un legge che favoriva gli ex immigrati, nata proprio sull’onda di emozione causata da Marcinelle. E da lì Mori

ha cominciato a raccontare ai ragazzi cosa ha voluto dire in questa Italia essere figlio di operai, con uno zio antifascista a cui gli squadristi avevano incendiato la casa. E via discorrendo. Ma mai, questa la grande virtù di Giorgio, senza rancore e sempre con parole di grande saggezza.

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