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Carrara e la montagna decapitata

Il “dente” di Calocara mangiato dalle cave: si stima che abbia fruttato 500 milioni. Ovunque ferite ma sul marmo si regge l’economia cittadina con 12mila addetti

CARRARA. In duemila anni di escavazione a misura d'uomo le Alpi Apuane erano state solo "graffiate", negli ultimi vent'anni sono state depredate, violentate, azzoppate. La corsa all'oro bianco - marmo ma anche detriti di purissimo carbonato di calcio - ha cambiato lo sky-line di Carrara e aperto ferite sempre più profonde e vistose. Il caso più eclatante è il "dente" di Calocara, che da sempre era l'immagine della cartolina di Carrara, subito dietro il teatro Politeama. In vent'anni è praticamente sparito, da uno sbasso all'altro: tutto regolare, per carità, tutto autorizzato anche in nome della sicurezza. Ma qui, e nelle cave lato Torano dello stesso monte (Bettogli) c'è il marmo più pregiato al mondo, lo statuario e il calacata. Quotazioni da capogiro, come hanno ribadito di recente alcuni indiani in visita a Carrara: dai tre ai quattromila euro alla tonnellata. Facciamo subito due calcoli all'ingrosso: diciamo che quel "dente" era più o meno un cubo di 100 metri per lato (ma era più grande), sono un milione di metri cubi; il peso specifico del marmo è 2,8, quindi due milioni e 800mila tonnellate. La percentuale fra detriti e blocchi è di circa uno a quattro, arrotondiamo, 500mila tonnellate di blocchi-informi, il resto sassi e terre. In 15-20 anni, 500mila tonnellate a mille euro la tonnellata sono 500 milioni di euro.

FOTO Le cave sulle vette

Questi sono gli ordini di grandezza del business del marmo, nel bacino più ricco del mondo. Poi ci sono tutti gli altri versanti e bacini: ogni anno, fra Carrara (cinque milioni di tonnellate di media dai primi anni 90, momento della forfettizzazione dei detriti a 2-3 anni fa, ora la produzione complessiva è un po' calata sui 4 milioni di tonnellate), Massa, la Versilia, la Lunigiana, ogni anno viene portata a valle l'equivalente della Piramide di Cheope, che pesa 7 milioni di tonnellate. O della Palmaria, fate voi.

Il peso sui cittadini di questo business è enorme: se non altro, da un anno è mezzo c'è la via dei marmi che ha tolto il traffico pesante dal centro cittadino carrarese, ma i costi ricadono sulla fiscalità generale. Nel 2012 il Comune di Carrara ha incassato dalle aziende del marmo 11,2 milioni di euro, circa 6 da quelle dei detriti. Una percentuale del business reale, almeno del bianco, di circa il 3 per cento, stando a stime prudenti. Un'inezia.

FOTO Monte Boria, il retro completamente terrazzato
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La maxi inchiesta della Guardia di finanza sul "nero alle cave e al piano", cioè sulla presunta sottofatturazione sistematica nella vendita dei blocchi verso l'India e la Cina (per ottenere il duplice obiettivo di pagare meno dazi nei Paesi di destinazione e meno tasse in Italia), ha messo in luce i prezzi reali dei blocchi pregiati, e ormai siamo a 3.500-4000 euro la tonnellata per il bianco più ricercato. Grande la ricchezza prodotta solo alle cave di Carrara e che certamente dà lavoro (ma le stime sono molto diverse, secondo alcune fonti 6mila, secondo Assindustria addirittura 12mila ovviamente con l’indotto) ma ha anche costi altissimi in termini di ambiente e di attacco all'ecosistema.

E soprattutto di ricadute sulla città, condizionate da anacronismi. Il caso emblematico è quello dei beni estimati per Carrara, ovvero cave (circa il 34 per cento del totale) autoproclamatesi private sulla base di un editto del 1751 che, secondo i più autorevoli giuristi, voleva semplicemente mettere ordine nel caos che già allora c'era e assegnava delle concessioni. Quel monstrum giuridico sopravvive: gli amministratori carraresi ora aspettano l'ombrello della regione. E poi c’è la via Crucis delle montagne ferite che costella le nostre Apuane, e che ha spinto migliaia di persone (circa settemila) ad aderire alla campagna "Salviamo le Apuane" che chiede tout court la chiusura delle cave. Le ideali “tappe” delle Apuane ferite, secondo il gruppo nato su Facebook e di cui parliamo anche a parte, vedono in primo piano le Cave di Cervaiole Corchia; la cava sotto il Passo del Vestito; le cave Tavolini-Corchia; il già citato Monte Bettogli; il retro del Monte Borla.

FOTO Il dente di Calocaro "capitozzato": è qui il marmo più pregiato
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Anche Fabrizio Molignoni, delegato alla sede nazionale del Cai per la sezione carrarese, coordinatore della commissione tutela ambiente montano dello stesso Club Alpino, segnala casi eclatanti di montagne aggredite a caccia dell’oro bianco. «Partirei dalla Foce di Pianza, sotto il Sagro: è un pugno in un occhio; come la Focolaccia che divide il Cavallo dalla Tambura, e divide il versante di Forno dalla Garfagnana; il passo è sceso di ottanta metri. Noi di Carrara la vediamo di meno, ma è molto grave, poi l'escavazione si è spinta verso la Coda del Padulello». Un'altra tappa eclatante della via Crucis delle Apuane, sotto la Nord del Pizzo d'Uccello.

Conflitti di competenza, legislazione concorrente, assenza di una vera pianificazione comprensoriale: e anche il Parco delle Apuane fa quello che può, con poco personale addetto alla sorveglianza e nessuna competenza su gran parte delle cave carraresi. «Dalla parte del Donegani - aggiunge Molignoni - verso la Foce di Vinca, c'è la cava di Serenaia che sale verso il Pizzo d'Uccello: non mi piace ragionare dal punto di vista costi-benefici, ma mi chiedo che senso abbia una cava non utilizzabile durante tutto il periodo invernale. Noi non siamo per la chiusura delle cave, ma serve un equilibrio, serve un’attenzione diversa verso il bene rappresentato dal territorio: ad esempio, con un contingentamento e un rispetto delle vette».

E dopo i riflettori di Report, oggi arriveranno una ventina di senatori dei 5 Stelle (compreso il vicepresidente della commissione Antimafia), per l’iniziativa “Incavatour”, sottotitolo “Il bianco (e il nero) più famoso del mondo”.

E gli imprenditori? Finora, si sono limitati a controbattere a suon di carte bollate ogni tentativo del Comune di migliorare la legislazione e le entrate, fin dai tempi del regolamento degli agri marmiferi. E sicuramente daranno battaglia anche sui beni estimati. Invece il dialogo (ma anche in Assindustria inizia

a farsi strada una componente di “colombe”) sarebbe la strada maestra: un contingentamento intelligente, con la creazione di una vera "banca del marmo" grazie alla quale far alzare il valore anche del bianco oggi meno pregiato, e di un marchio di qualità, potrebbero appianare molti contrasti.

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