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«Triangolo delle Bermude nel mare del Giglio?»

Tre membri dell’equipaggio della Concordia chiedono tre milioni alla Costa «In quel tratto del canale sono avvenuti troppi incidenti inspiegabili»

ISOLA DEL GIGLIO. Perché il comandante Schettino non ha avuto alcun allerta dai sonar di bordo? E perché in quell'area di Isola del Giglio sono avvenuti «tanti incidenti, quasi inspiegabili, tutti con cambio di rotta rispetto a quella prevista, del volo e della navigazione, senza che i rilevatori elettronici provvedessero a segnalare gli ostacoli? Si tratta veramente di un nuovo triangolo delle Bermude?» Alle 50 domande cui hanno dato risposta i quattro periti nominati dal gip si aggiungono adesso quelle formulate da tre membri dell'equipaggio di Costa Concordia. Domande che mettono l'accento, oltre che sulle omissioni a vario titolo, sulla possibile defaillance delle strumentazioni proprio in quel punto. Domande che, comunque, puntano a inchiodare Costa Crociere alle proprie responsabilità, visto che i tre contestano l'irrisorietà dell'indennizzo (10 mila euro) offerto «quando il personale di bordo era ancora in terapia psicologica per il trauma, con il vincolo di continuare a lavorare per la compagnia solo in caso di firma». Il maitre Carmelo Onorini, lo chef Leonardo Colombo e il tecnico di macchina Raffaele Monteleone (sono tutti di Pizzo Calabro), parti offese nel procedimento, vogliono citare Costa Crociere per oltre 3 milioni di euro. Perché oltre a ritenersi costretti dallo stato di bisogno di quel momento (chiederanno la rescissione del contratto) hanno subìto conseguenze gravissime da quell'incidente: «Mia moglie, già ammalata, cui avevo raccontato quanto avevo vissuto – ha detto Colombo – non ha resistito: ricoverata la sera stessa, è morta nelle prime ore del giorno successivo. La Concordia mi ha tolto una parte di me». I tre membri dell'equipaggio si sono affidati agli avvocati del foro di Bari Claudio D'Amato e Davide Romano. Quest'ultimo è conosciuto a Grosseto per essersi occupato della tragedia dell'eliambulanza Pegaso in qualità di esperto di sicurezza dei trasporti. Un punto particolarmente caro alle difese, che ieri hanno tenuto una conferenza stampa a Bari. I legali chiedono perché la capitaneria non abbia «visto» e dunque fermato la nave. I tre superstiti non si discostano molto dalle conclusioni della Procura: Schettino non poteva non sapere di quanto avveniva a bordo e cioè che in dieci minuti dall'impatto con lo scoglio delle Scole due punti macchina erano sommersi: «Il direttore di macchina ha avvertito subito il comandante – ricostruisce Monteleone – Ma abbiamo dovuto aspettare un'ora, fino a che anche il ponte 0 era allagato. Mai ricevuto l'allarme generale, solo quando la nave era ormai inclinata». Onorini spiega invece di dovere la vita al comandante in seconda Dimitri: «Mi ha retto quando uno zatterino mi stava investendo in pieno. Stavo tagliando i cavi delle zattere per lasciarle cadere». Perché le imbarcazioni di salvataggio, aggiungono, faticavano ad aprirsi e molti altri componenti dell'equipaggio non erano addestrati. Monteleone rivendica l'iniziativa in assenza di ordini (come Colombo, che aveva traghettato molti passeggeri a riva) e ricorda i guai riportati a un ginocchio. Onorini parla di crisi di ansia e di incubi in cui sogna di restare incastrato in una nave che affonda. «Abbiamo navigato per quaranta anni ma

ormai abbiamo il terrore di salire su una nave». I legali chiedono l'accertamento delle responsabilità del personale di controllo della compagnia e si augurano che la loro azione «contribuisca a sovvertire le regole di sistema della sicurezza del trasporto».

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