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Oggi mio padre canticchierebbe “Salviamo ’sto Paese”

Dalle vacanze in Versilia alle battaglie contro l’intolleranza Dalia Gaber racconta il suo rapporto con il grande artista

Destra e sinistra, bianco e nero, Yyn e Yang, Gigi D’Alessio e Patti Smith. Il Festival Gaber di Viareggio, il luogo dove gli opposti si incontrano, nel segno dell’apertura mentale a 360 gradi di Giorgio Gaber. Che quasi 10 anni fa ci ha lasciati orfani della sua intelligenza, della sua preveggenza, della sua tolleranza. Fra il re del melodico napoletano e la sacerdotessa maudit di “Because the night” sabato e domenica alla Cittadella del Carnevale ci sarà posto per Samuele Bersani, Mario Biondi, Dente, Nada, Noemi, Pacifico, Max Pezzali, Leonardo Pieraccioni e Syria con Rocco Papaleo in veste non di solo presentatore, ma accompagnato dalla sua band di cinque elementi.

Un festival che a Gaber sarebbe piaciuto: gratuito o quasi, aperto a espressioni artistiche diversissime fra loro. «La libertà di pensiero – dice la figlia Dalia Gaber – e il rispetto del pensiero altrui sono i più grandi insegnamenti che ha lasciato, e una diversificazione così ampia a confronto col suo repertorio gli farebbe certamente piacere. Il luogo poi, la sua Versilia...».

Ecco, partiamo da qui, dal rapporto che lega la sua famiglia alla Versilia. Come e quando è nato?

«Nella mia memoria esiste da sempre: sono stata portata qui che avevo tre mesi. I primi anni c’erano località alternative, ma negli anni settanta sono state azzerate; tutte le nostre estati le passavamo qua. Mio papà scriveva con Sandro Luporini i testi degli spettacoli teatrali, mia madre faceva avanti indietro con i suoi spettacoli e io sono cresciuta con mia nonna materna».

Che ricordo ha delle sue estati versiliesi?

«Divertentissime, andavo al bagno Nettuno e avevo un sacco di amichetti. Con alcuni, come Susanna Fontana, continuiamo a vederci. Per un bambino la Versilia è meravigliosa, per me è la patria del divertimento, delle prime uscite da sola, fra mare e pineta».

Fra pochi mesi, il primo gennaio, saranno 10 anni che suo padre se ne è andato. Come ha vissuto in questi anni il rapporto con suo padre?

«Il rapporto non si mai interrotto. Mi manca moltissimo la sua presenza fisica, se dovessi scegliere uno dei sensi che mi manca di più è il tatto, avrei voglia di abbracciarlo, di prenderlo per mano. E mi mancano molto le risate che mi faceva fare, è difficile ritrovarle in altri uomini, era estremamente spiritoso e divertente».

Il fatto che fosse un personaggio, da bambina, le ha dato o le ha portato via qualcosa?

«Rendermi conto di quanto fossero famosi i miei mi creò un imbarazzo totale. Avrei voluto essere una Maria Rossi qualunque, invece ero Dhalia Deborah Gaberscik, figlia di Giorgio Gaber e Ombretta Colli: detestavo le “h” e le “k” del mio nome, a scuola ero una mosca bianca e questo mi infastidiva. Crescendo prima ho fatto pace con il mio nome e cognome, che intanto hanno perso “h” e “k”. E sono molto fiera di essere figlia di due persone così intelligenti. Nel mio lavoro non so se mi ha aiutato o no. Sicuramente serve a farti memorizzare meglio: che tu sia bravo o sia un cretino, si ricordano di più che lo sei».

Festival 2012: cosa hanno a che vedere Patti Smith e Gigi D'Alessio? E cosa li lega a Gaber?

«Una grande passione per la musica. E, seguendo l’ insegnamento di mio padre, vanno rispettati entrambi per come sono».

In tv o in palcoscenico suo padre continua ad essere presente, e in modi diversissimi, dalla pubblicità della Dreher al teatro più impegnato. Cosa rende possibile questa trasversalità?

«Credo che giochi un grosso ruolo l’impegno della Fondazione Gaber dove lavorano i suoi più stretti collaboratori con l’obiettivo di tenere desta la memoria, che forse dopo questi anni sarebbe un po' meno accesa. Dieci anni fa quando iniziammo le lezioni nelle scuole i ragazzini più o meno sapevano chi era Gaber, oggi no. Eppure quando lo incontrano nei filmati e nelle canzoni, rimangono sempre stregati».

Cosa resta oggi nella cultura popolare italiana di Gaber? Quale eredità culturale ha lasciato?

«Il pensiero libero e una grande onestà intellettuale nel riconoscere con rispetto le posizioni di tutti. Oggi credo sarebbe preoccupato per l’intolleranza collettiva che cresce».

L'ultimo disco "Io non mi sento italiano" conferma la grande capacità di suo padre di anticipare i tempi. L'Italia di oggi cosa potrebbe ispirargli?

«C'è una sua canzone, “Salviamo ’sto paese”, ecco, credo che canticchierebbe volentieri quella».

Lei con la Goigest opera nel cuore dello showbusiness. Non ha paura di una macchina che gira molto più intorno ai soldi che all'umanità?

«Conta molto come si fanno le cose, l’onestà. Poi è un lavoro come un altro, i rischi ci sono per tutti, tv, giornalismo... l’importante è tenere i piedi su principi morali ben saldi».

Cosa è per lei oggi il Festival Gaber?

«Una zona di confronto libero. A partire dalla scelta di non accettare le televisioni, proprio perché vogliamo che ci sia totale libertà di espressione, e che la gente venga e si metta in gioco con serenità. E soprattutto c'è il sentimento autentico che si vive su questo palcoscenico».

C’è qualcosa che faceva davvero arrabbiare Giorgio Gaber?

«L'intolleranza e la superficialità».

di Luciano Donzella

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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