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Maternity Blues quattro donne e un’unica colpa

Il film del regista toscano Fabrizio Cattani tocca il tabù di un delitto atroce: l’infanticidio

ROMA. Anche il delitto più grande, il più imperdonabile, l’infanticidio, può meritare il perdono, o essere compreso. È quello che fa Maternity Blues di Fabrizio Cattani, film duro e low budget (400mila euro) che sarà nelle sale da venerdì distribuito da Fandango.

Di scena quattro donne in un ospedale psichiatrico diverse tra loro, ma legate da una colpa comune: l’infanticidio. Si tratta della timida Clara (Andrea Osvart) combattuta nell’accettare il perdono del marito (Pecci), che si è ricostruito una vita in Toscana; Rina (Chiara Marteggiani) ragazza-madre che ha affogato la figlia nella vasca da bagno come in trance (cosa che accade spesso in questi casi); c’è poi Vincenza (Marina Pennafina) che, nonostante la fede, non riuscirà a perdonarsi. E questo fino alle ultime conseguenze. Infine, c’è Eloisa (Monica Birladeanu) polemica, sicura e diretta, ma in realtà la più fragile di tutte. Nella loro convivenza forzata per queste quattro donne, tanti piccoli drammi, alleanze, inimicizie e soprattutto una sofferenza a volte sorda, a volte urlata, con cui devono fare tutti i giorni i conti.

Il film tratto da ’From Medeà di Grazia Varesani (Sironi editore), opera divenuta anche una piece, ha avuto non poche difficoltà di realizzazione per l’argomento trattato. «Nessuno voleva farlo», confessa il regista oggi a Roma che ha anche cosceneggiato il film insieme alla Varesani.

Scopo di questo lavoro? «Mi aspetto - spiega Cattani - che il pubblico, dopo aver visto questo film, possa avere un giudizio diverso rispetto alle donne che fanno queste cose e trasformare i loro pregiudizi in pietas».

«Il mio libro l’ho scritto nel 2002 - spiega invece la Varesani autrice, tra l’altro, di ’Quo Vadis Baby?’ divenuto film con Salvatores - anche perchè irritata da come la stampa trattava il caso Annamaria Franzoni. Trovavo giusto allora come adesso far capire che la maternità non è una cosa all’acqua di rose. Per me, insomma, la storia di questo tipo di donne, è una storia di solitudini, storia di donne colpevoli-innocenti e da giudicare e basta». Daniele Pecci sembra davvero aver amato il suo personaggio di Luigi, uomo chiuso nel dolore per quello che gli è capitato. «Lui - spiega l’attore - si porta dietro questa sofferenza, ma si accorge anche che è capace di continuare ad amare quella sua donna che ormai tutti considerano un mostro. E questa, secondo me, è la cosa più straordinaria e umana di quest’uomo».

Infine. Il titolo Maternity Blues è un modo di definire, non la sindrome assassina, ma piuttosto quella depressione post-partum che colpisce circa il 30% delle donne partorienti.

È un buon momento questo per Fabrizio Cattani, regista toscano che da Colonnata, frazione di Carrara,ha avviato un suo percorso artistico che sta ottenendo numerosi riconoscimenti. Dopo essersi autoprodotto due cortometraggi ,”L’abito” (finalista ai Golden Globe 1998) e “Mattina” (Premio della critica a Europa Cinema) e il mediometraggio “Vicino nel cuore”, e aver realizzato spot pubblicitari e videoclip, nel 2005 ha diretto il primo film, Il Rabdomante, vincitore di 18 premi in vari Festival cinematografici.

Con Maternity Blues, presentato a Venezia nella sezioneControcampo Italiano, ha vinto il Premio Tonino Guerra per la migliore sceneggiatura al Bif&st di Bari. Cattani sta ultimando la sceneggiatura, per il nuovo film dal titolo “Uomini e cani” tratta dal romanzo di Omar Di Monopoli.

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