Daniele Gori, rampollo di una famiglia di pasticceri fiorentini, ha fatto centro con le sue praline
di Andrea Marchetti
SHANGHAI
Fumin Lu attraversa per due isolati la vecchia Concessione Francese di Shanghai, cioè quello che secondo la famosa guida Lonely Planet è il quartiere più elegante della Cina. Come tutte le strade di questa metropoli di oltre venti milioni d'abitanti, pulsa di vita e trabocca di gente, colori, odori, traffico, negozi. Quelli tradizionali che vendono un po' di tutto, ma anche boutiques moderne, ristoranti e wine-bar di disegno - in particolare il Dr. Wine che si è conquistato in poco tempo una certa reputazione. Nel suo ultimo piano urbanistico il governo locale ha inserito Fumin Lu tra le vie della moda e del lifestyle e le attività sono subito fiorite. E ovviamente sono schizzati verso l'alto i prezzi degli affitti. «È da matti pagare 43.000 renminbi al mese (circa 5500 euro) per un locale di 64 metri quadrati - dice Daniele Gori, trent'anni, anima dello "Stocchi Chocolate Lounge Bar" che ha appena aperto i battenti proprio accanto al Dr. Wine - ma per fare certi passi un po' matti bisogna esserlo». Anche se in realtà la storia che ci sta per raccontare sembra nascere da decisioni molto ponderate e sofferte.
Aldo Stocchi, zio di Daniele, aveva già tirato per la gola diverse generazioni di fiorentini con la sua pasticceria Marzocco, attiva fin dal 1960, quando un amico cinese in Italia intuì l'opportunità e lanciò la proposta: apriamo in Cina. «Mio zio disponeva delle necessarie dosi di energia e di pazzia, ma non avrebbe fatto il passo senza sapere di poter contare su due altri punti d'appoggio», racconta Daniele. Uno era l'amico cinese disposto a fare da socio, l'altro era lo stesso Daniele, forte - nonostante l'ancor giovane età - di un curriculum di tutto rispetto: due lauree (una in scienza della comunicazione a Perugia e l'altra in International Finance and Marketing a Miami), precedenti esperienze di lavoro in Italia, Francia, Inghilterra, Stati Uniti e Kenya oltre che Cina stessa e un cinese mandarino parlato fluidamente.
Dopo aver studiato il mercato sul posto per quasi due anni, serviti a verificare che i presupposti per fare un buon lavoro ci fossero davvero, Daniele ci si è trasferito in pianta stabile e adesso è il coordinatore del progetto. Gli ricordo un po' sadicamente che in Toscana si vive molto bene e gli chiedo se non sia stato difficile levare le tende. «Certo che lo è stato - ammette - non a caso la Toscana ce la invidia tutto il mondo». Mi dice che gli mancano la famiglia, gli amici, il mare: in pratica tutto. D'altra parte è una scelta di vita, di fronte c'è un mercato enorme che continua a crescere e dei clienti sempre più interessati alla qualità del cibo e ai suoi effetti sulla salute. «È ciò che mi fa pensare di aver preso la decisione giusta: al contrario di quanto si possa credere, i cinesi (e non solo quelli ricchi) sono esigenti, vogliono qualità, prodotti genuini e salutari e questo ci aiuta». Daniele smonta anche un altro luogo comune: "Poi è vero che lavorano tanto, ma anche a loro piace godersi la vita».
Interrompiamo la conversazione per seguire una scena che sembra una chiosa all'ultima frase di Daniele e una facile sintesi della Cina di oggi: da Fumin Lu passa una bicicletta arrugginita rimorchiando un carretto carico di così tante casse di polistirolo da nascondere il conducente; e subito dietro, smaniosa di superarla, una luccicante Ferrari gialla. La Cina moderna, ansiosa di mettersi alle spalle gli ultimi scorci romantici di un passato che presto sarà solo un ricordo: un'immagine seducente, anche se piuttosto che nelle Ferrari luccicanti o nelle biciclette stracariche la vera chiave di lettura di questo paese in rapida trasformazione sta probabilmente nascosta in ciò che sta ribollendo in mezzo a questi due estremi un po' da cartolina.
«E la burocrazia com'è?», gli chiedo. «Difficilissimo farci i conti, inutile negarlo. È un paese enorme con un'infinita quantità di regole, e nelle grandi città come Shanghai i sistemi di controllo sono ancora più severi. Senza contare che per un occidentale i tempi - lo abbiamo toccato con mano - sono sempre più lunghi che per i cinesi». Ma armandosi di pazienza alla fine i risultati arrivano. Daniele è riuscito a ottenere tutte le licenze necessarie per importare, produrre e vendere cioccolato, prodotti di pasticceria e complementi.
Oltre al negozio di Fumin Lu la Stocchi ha un laboratorio a Suzhou, città di oltre quattro milioni d'abitanti a meno di un'ora di treno da Shanghai. Inserita nel patrimonio mondiale dell'umanità dell'Unesco e chiamata la "Venezia d'Oriente" per i suoi famosi canali, Suzhou ha perfino una sua torre pendente, la Pagoda Yunyian, pure lei inclinata a seguito delle caratteristiche del suolo. Ogni mattina alle sei la pasticceria fresca di Stocchi esce dal laboratorio e un'ora dopo è in vetrina a Shanghai, un trionfo di praline e pasticcini. Il design del negozio è moderno, cattura l'occhio. Daniele m'insegna la brochure pubblicitaria appena stampata. Pur distratto dalla bellezza delle modelle, noto che punta molto sulla dicotomia giorno/notte e innocenza/peccato (il logo sono due ali d'angelo, una bianca e una nera) e sulla sensualità del prodotto che in alcuni casi è disegnato (e fotografato) in maniera provocatoria. Ma i cinesi come hanno reagito? «Il cioccolato lo vedono come un prodotto fashion, di moda, perciò è stato facile collegarlo alla sensualità. E di fronte alle immagini sexy non c'è stato nessuno scandalo». Costa di più, invece, far passare l'idea che il cioccolato nelle giuste dosi non fa male ed è benefico. Il negozio s'inizia a riempire, Daniele riprende il lavoro. «Una cosa è certa - mi dice alla fine della chiacchierata - questo non è l'Eldorado, i soldi non arrivano se non si lavora duro».
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