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Fra le rovine di Buriano Il mistero del paese fantasma che è morto due volte

Un pugno di case, un albergo, una chiesetta sulle colline della Val di Cecina Del 1997 gli ultimi segni di presenza umana, quando fallì il tentativo di rianimarlo

di Jimmy Morrone

Digitate sul display della DeLorean di Marty McFly l'anno 1997. Accendete il motore, spingete l'acceleratore fino alla velocità di 88 miglia orarie, ed eccovi catapultati sul finire del ventesimo secolo, periodo a cui risalgono gli ultimi segni di presenza umana tangibili. Benvenuti a Buriano, il paese senza tempo della Val di Cecina, dove la vita si è fermata una quindicina di anni fa. Gli abitanti del borgo spariti da un giorno all'altro, avvolti nel mistero o chissà, forse rapiti dagli alieni. E quell'imponente albergo-agriturismo all'ingresso del villaggio - molto frequentato da turisti stranieri - caduto in malora in un batter di ciglia. Alle sue spalle si estende una magnifica tenuta con annesso laghetto, e poi case coloniche nel delizioso paesino impreziosito da chiesa, mausoleo, monumento ai caduti e cimitero. Desolazione, abbandono e nient'altro.

La storia di Buriano, il paese morto due volte, merita di essere raccontata. Il visitatore oggi trova un vero borgo fantasma, uno dei tanti della Toscana, tutti uguali e tutti diversi.

Uguali nei silenzi, nelle suggestioni, nei paesaggi fatti di architetture sbrecciate, coperte di rampicanti, nell senso di inquietitudine che trasmettono. Diversi nell’anima, ognuno con un suo carattere, ognuno con una storia da raccontare, con un motivo diverso per essersi trasformati a volte in pochissimo tempo da cittadine affollate e vitali in luoghi solitari e a volte circondati da un alone di mistero e per questo evitati dalla gente fino ad essere dimenticati.

Una frana, un terremoto, la chiusura di un’attività industriale, l’esaurimento di una miniera, la costruzione di nuovi tracciati stradali che isolano il paese: questi e altri cento gli eventi che fanno nascere un villaggio fantasma. La storia di Buriano è particolare, proprio perché è morto due volte, la prima, lentamente, fino agli anni sessanta, (43 gli abitanti censiti nel 1961), la seconda in pochi mesi, dopo un tentativo di rianimazione, una quindicina di anni fa.

Per capire il motivo per cui oggi il piccolo borgo medievale non viene segnalato dai navigatori satellitari - un gioiellino incastonato nelle dolci colline che da Montescudaio salgono su fino a Volterra, fra Ponteginori e Montecatini val di Cecina - bisogna prima visitarlo. Uscita Cecina Nord, si prosegue per alcuni chilometri lungo la regionale 68 fino a che le curve si fanno strette e sul manto stradale scompare l'asfalto per lasciare spazio ad un terriccio rosso. Il cartello Buriano ci accoglie: di fronte a noi due colonne di mattoni separano la via per l'antica villa posseduta in passato dalla famiglia francese Rochefort, da quella che conduce all'albergo ristorante, ancora indicato da un segnale, e poi al borgo. La struttura ricettiva, altezzosa ed elegante, è abbandonata e stuprata dai vandali. Dalle finestre sventrate si intravedono macerie e vetri incrinati sul pavimento. Un quadro sbilenco e strappato scopre un cielo infuocato in un inquietante dipinto. I piatti sono in disordine sui pianali della cucina. Un frigorifero crollato a terra, drappi di tende demodé. Sul bancone della reception mille dita di polvere, bottiglie di vino, bollette del telefono, e alcune bustine del the appoggiate su un tavolo in sala pranzo. Qui i calendari appesi ai muri sono fermi all'aprile del 1997, così come un'agenda solitaria scivolata su uno scalino porta in copertina l'anno 1998.

Con un po' di suggestione, immaginiamo che i fantasmi delle cameriere e dei facchini siano lì di fronte a noi, impegnati a soddisfare la clientela. Il vento sibila, le porte sbattono e l'atmosfera è spettrale. L'albergo, che dispone di 14 camere, dal 1986 (per dieci anni) è stato gestito dalla famiglia di un imprenditore oggi al servizio della Proloco di Montegemoli. Poi, intorno alla metà del 1997, la proprietà cede alle avance di un medico svizzero, ospite innamorato della struttura, di nome Urs Benz. Le ambizioni del professore sono notevoli: tramutare l'albergo (uno dei primi agriturismi in Italia, dedicato alla cucina di qualità e a un turismo di riposo nella quiete della campagna), in una mega beauty farm. Un investimento da 20 miliardi di lire e 60 posti di lavoro per rilanciare il borgo dimenticato, dato che a metà dei '90 soltanto un paio di abitazioni erano frequentate, giusto durante ponti e vacanze. Un progetto innovativo, una sorta di villa plagiata dal film "7 chili in 7 giorni" dove rigenerare nel fisico e nella mente clienti danarosi. Il piano però, ostacolato dalla burocrazia e dai paletti imposti dalla Soprintendenza, fallisce e il ristorante nel giro di pochi mesi chiude bottega. Da quel momento, Buriano scivola un nell'oblio. Oggi gran parte dell'area, come raccontato da alcuni residenti della zona, è ancora in mano alla società di Benz che tuttavia, nonostante alcune offerte, non è mai riuscita a trovare un'intesa con i potenziali acquirenti (ultimi ad interessarsi, nel 2006, una cordata di imprenditori scozzesi di Aberdeen).

Abbandonato l'agriturismo, si prosegue verso il paese vero e proprio, accompagnati da cipressi e fichi d'india. Avanziamo in direzione del piccolo cimitero e della cappella, anch'essi trascurati, dove riposano persone scomparse negli anni '50. Più avanti ci s'imbatte nella piazza della Chiesa (l'edificio è chiuso a chiave). Le case nello slargo, una decina, sono tutte dimenticate, pericolanti e avvolte da erbacce. Gli infissi divelti, le porte spalancate. Su una di queste spunta un graffito di benvenuto dipinto di recente, mentre in un'altra abitazione, accanto al contatore della luce, si notano sbiaditi adesivi del partito Socialista e di una festa dell'Avis del 1975. Alle mura strani graffiti, ferri di cavallo arrugginiti e incisioni d'epoca. Una tavola datata 1883 inneggia all'abbondanza (si celebrano pollo grasso, lardo fresco e maialini), mentre nella parte più alta del paese svetta la residenza della famiglia francese dei Rochefort che all'inizio del '900 teneva in mano le redini del borgo. La villa dall'esterno appare curata e in buone condizioni. La visita

è finita, torniamo indietro e pensiamo a quanto sarebbe bello rianimare Buriano, e dargli dignità nuova, magari facendolo trainare dall'albergo abbandonato. E allora se qualcuno è in possesso della DeLorean, che imposti la data del 2011: c'è da riportare al futuro il bel paese dimenticato.

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