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Pink Floyd, quando il mito incantò Livorno

Questo articolo è stato pubblicato sul Tirreno nel 2012 in occasione del passaggio del giornale dal bianco e nero al "full color". Quell'anno il nostro giornale celebrava i 135 anni. Così i nostri giornalisti ed ex direttori raccontarono alcuni grandi avvenimenti di questa lunga storia 

In un certo senso, io quel giovane fotografo non lo perdonerò mai. Era il maggio 1989 e i Pink Floyd si preparavano al primo di due concerti leggendari a Livorno. I fans erano arrivati in più di 24mila da tutta la Toscana e da tante altre regioni. Così avevano riempito fino all’inverosimile ogni spazio dell’impianto sportivo. Livorno, al suo primo impatto con un evento rock di straordinarie dimensioni, aveva superato con lode la prova. Il nostro giornale, sponsor dell’iniziativa, e il Comune avevano vinto la scommessa. Ora si trattava di consolidare l’exploit nella seconda serata in programma e tutto lasciava presagire un nuovo “esaurito”. Nel pomeriggio del 23 maggio 1989 mi recai allo stadio con la speranza di intervistare David Gilmour, il nuovo leader dei Pink Floyd.

La risposta fu negativa. Che fare? Mi affidai al classico colpo di fortuna. Me ne stavo seduto sulla gradinata della tribuna coperta quando, a pochi metri da me, nella tribuna d’onore, chi ti vedo? Era proprio lui. Dagli altoparlanti partirono le note di “Like a rolling stone” di Bob Dylan. Mi misi a cantarla. E subito, con mia grande sorpresa, Gilmour mi seguì in una sorta di controcanto. Stavo cantando con un Pink Floyd... Presi coraggio: “Dylan ci unisce tutti”, esclamai in un inglese stentato per l’emozione. E lui: «Beh, certo. Questa canzone ha cambiato la storia del mondo. Bastano una chitarra e l’atmosfera giusta perché il miracolo si compia: ieri, oggi e chissà per quanto tempo ancora». Gilmour non sapeva di parlare con un giornalista e durante il breve dialogo mi accorsi che i suoi occhi scrutavano con grande attenzione le masse dei fans che stavano occupando il prato con il probabile intento di verificare se fossero i teenagers a rappresentarne la maggioranza.

Voleva capire qual era l’età del “nuovo” popolo dei Pink Floyd. Ecco, quelli sono “gli occhi” che ricordo di quel giorno. Gli stavo chiedendo proprio dei giovani, quando sotto di noi il fotografo del Tirreno si mise a scattare i suoi flashes. E c’era da capirlo: un mito del rock era lì, a portata di obiettivo, e non in posa scenica. Gli urlai di smetterla, ma in un attimo Gilmour si dileguò. E io persi lo scoop. Fu una stagione senza precedenti, quella del primo semestre del 1989 per Livorno e la costa in generale. Dopo anni di lavoro e grazie soprattutto all’impegno de “Il Tirreno” riuscimmo a rompere il monopolio fiorentino nell’offerta di grandi eventi musicali. A febbraio Miles Davis aveva scelto Forte dei Marmi per la sua prima conferenza stampa dopo tanti anni di silenzio coi media: l’incontro fu il prologo a un memorabile concerto con la sua nuova band a Bussoladomani e in quel contesto Miles entusiasmò la platea suonando la tromba senza - come fino a quella sera era stata sua abitudine - voltarle le spalle. Per qualche attimo si tolse perfino gli occhialoni neri. Qualche tempo dopo, nei primi giorni di aprile, arrivò nella nostra redazione una telefonata del promoter Francesco “Fran” Tomasi che ci chiese se Livorno fosse in grado di ospitare un concerto dei Pink Floyd. «Ci proviamo - fu la nostra risposta - ma dacci un po’ di tempo». Da quel momento partì un’attività febbrile, fatta di riunioni, contatti con il Comune, ricerca di sponsor.

Il concerto dei Pink Floyd a Livorno
Il concerto dei Pink Floyd a Livorno


A un certo momento tutto sembrò precipitare e, fu anche per l’impegno dell’amministratore delegato del Tirreno Giuseppe Angella se l’occasione non sfumò: avemmo addirittura due tappe dell’ “Another lapse tour”. Chiuso il capitolo Pink Floyd, ci telefonò David Zard proponendo uno show di Bob Dylan. Erano i primi di giugno: con tempi strettissimi perché l’unica data disponibile era il 22 dello stesso mese, ci rimettemmo al lavoro. Gilmour e Dylan: che accoppiata! Sembrava un miracolo, anzi due. Con il “piccolo-grande uomo di Duluth” non ci fu alcun incontro. Con mio grande disappunto all’appuntamento previsto negli spogliatoi dello stadio, alle 15 del 22 giugno, aveva preferito una visita alla sinagoga e un passaggio alla libreria Belforte, poi ci furono le prove, a porte chiuse. Lasciai al suo manager l’inserto a lui dedicato che avevamo pubblicato in quei giorni, ma non fu l’unica delusione di quel pomeriggio: restammo stupefatti quando l’eroe di tante campagne libertarie impose che scomparissero dallo stadio i manifesti della Fgci sulle proteste degli studenti in piazza Tienanmen.

Non voleva caratterizzare politicamente lo show. Ma il suo concerto, quella stessa sera, dinanzi a 10mila “dylaniati”, ci riconciliò. Era il suo debutto in Toscana e quella notte sembrava che i suoi occhi, tra una canzone e l’altra, guardassero verso altre latitudini, spersi nel futuro. Il Muro di Berlino non era ancora caduto, Internet muoveva i suoi primi passi e forse lui aveva già capito che il Novecento e la cultura rock stavano andando in frantumi. Proprio “come le pietre che rotolano”.

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