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Vai alla pagina su Il Tirreno 140 anni

La lunga marcia dal Pci ai rottamatori

Questo articolo è stato pubblicato sul Tirreno nel 2012 in occasione del passaggio del giornale dal bianco e nero al "full color". Quell'anno il nostro giornale celebrava i 135 anni. Così i nostri giornalisti ed ex direttori raccontarono alcuni grandi avvenimenti di questa lunga storia

Basta guardare quelle immagini così distanti eppure così vicine per capire quanto profondo sia stato il segno del tempo, quanto la storia abbia tracciato il solco e marcato una differenza antropologica, quasi genetica. La prima fotografia porta la data di un mito italiano, il 21 gennaio 1921. Luogo: Livorno. Sono i delegati che lasciano il congresso socialista per andare a formare la sezione italiana del partito comunista. Osservateli: ordinati, cappotto e cappello, il volto disteso e quasi sorridente di chi partecipa a una cerimonia importante, come fosse l'andare al pranzo di nozze di un amico e non a sovvertire il mondo, pronti a morire e ammazzare. Cappello, cravatta, abito della domenica.

Passa mezzo secolo. Un altro mare, l'Adriatico, Rimini. Un altro sguardo. È il 1991. Achille Occhetto reclina la testa sul tavolo, due borse sotto gli occhi marcano le profonde occhiaie dell'addio a quel che resta del Pci. Piange. Accanto a lui Massimo D'Alema, l'uomo di ghiaccio dal baffino di ferro, reprime a stento una lacrimuccia che sarà poi smentita nei giorni seguenti: "solite fantasie dei giornalisti", dirà secondo un refrain che diventerà famoso e noioso a un tempo.

Dissero tutti che il popolo comunista soffriva il travaglio di un cambiamento epocale. Scrissero proprio così, anche quelli che i comunisti non li avevamo mai sopportati. Nella redazione fiorentina dell'Unità il capocronista dell'epoca, Gabriele Capelli, alzò il viso dal menabò che stava disegnando, e aggrottando la fronte spalancò gli occhi: «Io tutto questo travaglio non lo sento, il Pci andava chiuso prima», bofonchiò, riprendendo a tracciare titoli e colonne. Affermazione accolta dai presenti come una condivisa banalità.

Il futuro incuriosiva tutti. Ora iniziava il bello, finalmente chi avesse avuto idee buone le avrebbe potute discutere senza dover passare esami di democrazia. Fine del recinto, fine dell'ostracismo, fine della divisione in blocchi.

Le cose sono andate diversamente. La strada fu assai tortuosa come ben vedeva Nicola Badaloni che, dalla cattedra universitaria di Lettere e Filosofia a Pisa, volgeva gli occhi quasi a perforare le spesse lenti fumé indispensabili ad aiutare la vista consumata sui libri. Lui ex partigiano, sindaco di Livorno, filosofo, non riusciva a capacitarsi come avessero potuto fare questa cosa - anzi La Cosa - senza uno straccio di analisi teorica, senza una ricerca scientificamente rigorosa, lui che con Vico, Bruno e soprattutto Hegel intendeva quel filone filosofico quasi come una metafora del bisogno di criticità verso il regno dell'empirico. Come poteva un Occhetto qualsiasi elaborare un pensiero senza Storia con la esse maiuscola?

Chissà con quali occhi avrebbe visto tutto ciò un ventenne di nome Andrea Manciulli, oggi segretario regionale del Pd, che allora era studentello in partenza per la scuola di studi sociali superiore di Parigi? Nisba Heghel, ma ottimo Bordeaux. Anche il suo sguardo spiega il passare delle epoche: perché Manciulli è ottimo conoscitore delle relazioni politiche come dei terroir che riempiono le bordolesi: sciabordando con delicatezza il calice legge il colore ed enfatizza i profumi.

Sguardi. Come quello incupito dell'operaio Farmoplant di Massa che il 27 ottobre 1987 sedeva sul marciapiede davanti all'ingresso della sua fabbrica. Il giorno antecedente una consultazione popolare (il primo referendum consultivo d'Europa) aveva stabilito che quell'azienda chimica doveva essere chiusa. Troppo inquinante. Al cronista che gli chiedeva come si sentisse, l'operaio col giubbotto blu restò accovacciato, alzò la fronte e rispose: «Come vuoi che ci si senta ad essere il primo operaio democraticamente licenziato?»

Quell'avverbio segnava anche ai piedi delle Apuane la fine di un sogno del Novecento: la speranza che un partito dei lavoratori potesse governare il cambiamento e - come si diceva allora - le sue contraddizioni. C'era ancora il Muro ma tutto era già crollato.

Quando si verificano questi avvenimenti, aveva solo 12 anni Matteo Renzi che, appena smessi i calzoni corti, si mise in politica seguendo l'onda tortuosa dei partiti cattolici per unirsi con quella degli ex comunisti.

Anche questo frangente è una questione di sguardo: il super-rottamatore fissa la webcam o la lucina che segna l'On delle telecamere. Lì dentro si vede poco, non c'è niente di quei partiti che furono, di quell'illusione che fosse possibile conoscere il futuro e l'evoluzione del mondo con
gli occhiali della politica. Oggi ci accontenteremmo tutti di dare una sbirciatina a ciò che ci aspetta domani. Ma è ormai molto, molto più difficile. Per questo bisogna tenere gli occhi ben aperti.

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