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Anno 1991: le nozze segrete di Benigni a Cesena

Questo articolo è stato pubblicato sul Tirreno nel 2012 in occasione del passaggio del giornale dal bianco e nero al "full color". Quell'anno il nostro giornale celebrava i 135 anni. Così i nostri giornalisti ed ex direttori raccontarono alcuni grandi avvenimenti di questa lunga storia

Franco Silvi, il nostro fotografo, ricorda bene gli occhi sorpresi di Roberto Benigni quando lo vide con la macchina fotografica, subito dopo il matrimonio con Nicoletta Braschi. Era il 26 dicembre 1991 e tutto doveva restare nascosto. Erano occhi sorpresi e anche contrariati. Robertaccio aveva preso tutte le misure per evitare attenzioni e alla fine lui e Nicoletta riuscirono a non farsi fotografare in chiesa. Ma il matrimonio fu scoperto. Dal Tirreno.

Successe che a Silvi arrivò una soffiata: «Franco, Benigni si sposa», gli disse una sua fonte. Quel 26 dicembre in redazione fu una giornata folle. Silvi partì subito verso Cesena, dove gli era stato detto che si sarebbero celebrate le nozze di Benigni mentre io rimasi in redazione e mi misi al telefono. Per avere conferme e saperne un po’ di più. Cercai per primi il vescovo e il sindaco di Cesena. Franco riuscì a scoprire che il matrimonio - o comunque la cerimonia con invitati - si sarebbe celebrata alle 13, ora insolita, nel convento delle suore Cappuccine. Provai poi a sfogliare tutti i Braschi nell’elenco telefonico di Cesena. Una decina di nomi. Li provai tutti. Il problema è che nella chiesa del convento Franco non poteva entrare, e all’uscita - coperti dai pochi parenti presenti, una ventina in tutto - Benigni e Nicoletta Braschi si infilarono su una Mercedes e sgommarono veloci. Per tutta la lunga giornata restò il dubbio se davvero avessero detto sì, o se invece avessero solo partecipato a una normale funzione religiosa.

Nel dicembre ’91, quando le letture “Tutto Dante” erano di là da venire, in pochi si sarebbero aspettati che il Benigni di Onda libera-Televacca, il toscanaccio dissacratore, l’interprete del Piccolo diavolo potesse scegliere un convento per sposarsi. Fino a quel giorno, Benigni lo avevo visto solo con gli occhi dello spettatore: di lui colpivano l’umorismo pungente, sagace. E l’anticonformismo: come quando prese in braccio Enrico Berlinguer. Da quel lungo giorno di Santo Stefano, ho imparato a guardarlo, davvero, con occhi diversi, più curiosi, intanto nel cercare di capire i motivi di una scelta così inaspettata come le nozze in convento; e che poi, a guardare bene - così scoprimmo - tanto strana non lo era. Infatti, molto avevano pesato nella decisione, Nicoletta e la sua famiglia, di grande tradizione religiosa: lo zio materno don Tarcisio Di Giovanni, che - come ricostruimmo - aveva officiato le nozze, era stato per 15 anni missionario in Mozambico ed era tornato da poco; una zia materna, era proprio la madre badessa del convento dove si era celebrata la cerimonia.

Alla fine di quel frenetico 26 dicembre l’unica mezza conferma arrivò dal sindaco, Piero Gallina. Gli altri? Al convento, per tre volte la suora centralinista rispose in modo incoraggiante “Pace e bene”, e per tre volte ci sbattè la cornetta in faccia. E il vescovo? Gentile, ma non disse niente: solo che era appena tornato da un funerale, «Lei capisce vero?». L’articolo alla fine uscì. Titolo: «Benigni si sposa, blitz a Cesena». Più cauta Repubblica: «Benigni, il giallo delle nozze». Il giorno successivo, le conferme (per fortuna), anche dell’Ansa. E oggi, vent’anni dopo lo scoop, ci piace immaginare lo sguardo che avrà fatto Roberto Benigni nel vedere un unico fotografo, il nostro fotografo, sul piazzale del convento di Cesena, pronto a spezzare il vincolo del segreto. Occhi che esprimevano sicuramente stupore, quegli stessi occhi che poi tutti abbiamo visto, quasi fuori dalle orbite, ebbri di felicità e orgoglio, in quella notte indimenticabile degli Oscar.

Era il marzo del 1999: per due volte Benigni fu chiamato sul palco da Sofia Loren, “Robberto” - miglior film, miglior regista - per due volte scavalcò i grandi di Hollywood, guardando felice dappertutto, gioia pura. Il suo film “La vita è bella” lo ha reso immortale, e in un ideale cerchio un’altra immagine che tutti abbiamo nel cuore è di quando, sempre nel magico
1999, vide in una proiezione privata il film proprio con il Papa Giovanni Paolo II, che lui nel 1980 aveva apostrofato simpaticamente con un “Wojtylaccio”. Chissà che sguardi d’intesa. E quanti sguardi da raccontare.

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