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E ora sono la star di Giava

Quintieri, dalla Sangiovannese alla serie A in Indonesia

Goodbye malinconia, da qua se ne vanno tutti: Caparezza, parole sante... E se poi l'offerta di lavoro riguarda un posto da trequartista nella squadra del Semarang, metropoli portuale della magnifica isola di Giava (Indonesia), allora non c'è nemmeno bisogno di pensarci. «Salgo sull'aereo e sono da voi», ha infatti detto Simone Quintieri, sgamando immediatamente la botta di vita. E infatti l'hanno accolto come un divo, una presentazione fra canti e balli locali; quasi meglio di Dinho al Flamengo. «All'arrivo a Jakarta ho trovato quasi 500 tifosi ad aspettarmi - racconta - e fra autografi, fotografie e cori da stadio finalmente mi sono sentito un giocatore vero, come da noi non mi era mai successo...».  Simone Quintieri, il protagonista della storia, è un attaccante cosentino classe 1982, che prima di Natale navigava a vista nel precariato del calcio minore, fra Seconda divisione e Serie D. Rescisso il misero contratto a Catanzaro, poco soddisfacente l'esperienza nella seconda squadra di Reggio Calabria (l'Hinterreggio), Quintieri, consigliato dalla mamma che lo voleva vicino a casa, a gennaio pareva deciso ad accettare il contratto proposto dalla Sangiovannese, Lega Pro. Pochi soldi, ma un ritorno nella sicura Toscana, sua terra di adozione.  Lui che a 13 anni si era spostato da Terranova di Sibari per trasferirsi a Pisa e formarsi nelle giovanili della Lucchese e del Livorno (sotto le cure di Mirko Brilli e Gianluca Signorini: fu il compianto campione genoano il primo a predirgli un grande futuro). Il debutto fra i Prof, promettente, poi le esperienze con Armando Picchi, Sestese, Pontedera, Aglianese e Scandicci. Una carriera dignitosa, non però decollata come sembrava possibile.  Decollo. Però, è lui che invece è decollato. La valigia per il Valdarno era già pronta a Capodanno; il tom-tom impostato verso la provincia aretina. Ma squilla il telefono, è il procuratore, Alessandro Magni. «Simone, ferma tutto. Ti porto a giocare nella Premier League indonesiana». Volo diretto, solo andata: contratto di un anno con tanti zeri, al livello di una nostra serie B, rinnovo automatico al raggiungimento del 75% di presenze, e una vita che svolta d'improvviso.  «I contatti con il Semarang United li hanno presi Magni e l'allenatore tedesco avuto nei due mesi giocati in Belgio al Molenbeek, una persona che conosce l'ambiente. All'inizio eravamo un po' scettici, poi l'incontro con i dirigenti ha dissipato ogni dubbio. Seri e ambiziosi. Ne è valsa la pena sia sotto il profilo economico che quello umano».  Dalle tristi partite domenicali nei campi di provincia, agli agi e all'entusiasmo indonesiano. «Qui è tutto fantastico. Il calcio è molto popolare, gli stadi sono sempre pieni di gente, spesso si raggiungono 30mila spettatori. Anche se in un altro continente, credo che la serie A sia ovunque, e di essermi meritato questo traguardo. E poi il mondo del calcio si sta livellando: il Semarang lo potrei paragonare a una piccola della nostra A. In squadra abbiamo un angolano, Fortes, che il prossimo anno andrà al Benfica, due nazionali australiani e un brasiliano, Souza, impressionante. C'è meno qualità ma tanta corsa: per me, che sono un giocatore tecnico, è un vantaggio giocare nella A indonesiana piuttosto che in una C2 in Italia».  Dalla serie D alla Champions. I «diavoli blu» occupano il terzo posto e lottano per qualificarsi alla Champions League asiatica. Da Quintieri ancora nessun gol; in tre partite come mezzala ha però regalato due assist. Ultima apparizione, nella immaginifica trasferta di Bali. In paradiso. La lega calcio indonesiana si è rinnovata ed ha aperto a munifici sponsor come Coca Cola e Rexona. Delinquenza ridotta ai minimi termini e clima dolce tutto l'anno.  Per lui, abitudini di vita stravolte nella dorata Semarang, ma ce ne fossero. Autista personale per gli spostamenti, alloggia in uno dei più lussuosi residence della città con tanto di maggiordomo, e la sua gigantografia spopola nei cartelloni pubblicitari in strada. Quintieri racconta di allenamenti alle 7 di mattina («perché fa sempre molto caldo») e di sfrenata passione dei tifosi, ma «mai invadenti». Banditi i ritiri, alimentazione libera, e alcuni riti gioiosi nelle sedute, come i dieci minuti di preghiera all'inizio e alla fine, o l'«obbligo» di sorridere ed esultare anche ai gol in partitella.  «Quando sono partito - racconta - mi ha chiamato Giorgio Chiellini, con cui avevo giocato nella Primavera del Livorno al Torneo di Viareggio. Mi ha fatto un in bocca al lupo e confidato che meritavo il salto in serie A. Che gusto, questa rivincita. Al debutto ho pensato anche a Signorini, e alla sua convinzione che un giorno sarei arrivato. Sarebbe felice per me».  Un 37 blu. Nel 37 di maglia, c'è invece lo zampino
della mamma. «3+7 fa il mio numero di sempre, dieci. E poi sono il giorno e il mese della sua nascita. Prima che partissi era disperata, adesso per la prima volta nella vita mi ha detto: «Questa volta avevi ragione te, Simone»...».  

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