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Le noccioline di SuperPippo

Nessuno fa gol come lui. E Allegri ha un altro problema...

Precario nell'approccio e nelle movenze, a volte quasi buffo, ma sempre vincente nei risultati: proprio come l'eroe omonimo dei fumetti. A differenza però del SuperPippo Disney, Filippo Inzaghi non ha bisogno di noccioline per volare: semmai, lui fa gol come noccioline. Anche a 37 anni suonati (e 85 giorni per l'esattezza, il giocatore più anziano ancora capace di segnare in Champions davanti al "cugino" Javier Zanetti); anche dopo 20 lunghi anni di carriera.  Mercoledì a San Siro è andato in scena l'ennesimo capolavoro da inserire nel libro dei ricordi per la punta piacentina di nascita e rossonera d'adozione, culminato in una notte (quasi) magica. Che non solo ha permesso alla squadra di Allegri di sfiorare il successo in un confronto storicamente prestigioso come quello con le "merengues" (quest'anno ancor più sentito vista la presenza dell'ex nemico interista Mourinho) ma ha anche impreziosito il suo già ricco palmares personale. Un bottino che racconta di ben 70 centri a livello europeo (dei quali 50 soltanto in Champions). Un rendimento straordinario per rapporto qualità-quantità e pari per il momento solo a quello del veterano del calcio spagnolo, l'ex madridista Raul. Un motivo in più quindi per il già carico SuperPippo per continuare a vivere e combattere per il gol.  Solo un'immensa forza di volontà, capacità di concentrazione e attitudine alla professionalità dentro e fuori il rettangolo verde potevano infatti trasformare quello che dai movimenti nervosi assomiglierebbe più ad un brutto anatroccolo, in un bellissimo cigno. Più prolifico anche di quello di Utrecht, visto che con l'ultima doppietta di San Siro Inzaghi ha abbattuto anche i numeri di un mito del recente passato come Van Basten e quelli dell'erede Shevchenko, l'ucraino capace di segnare anche lui 33 gol europei con il club di via Turati ma con una media decisamente inferiore a quella di Pippo. Insomma, altro che mesto viale del tramonto: sventola ancora alta una delle ultime bandiere rimaste in circolazione. Il contratto col Milan gli scade a giugno, non scommetteremmo che sarà l'ultimo.  La forza di Inzaghi è la costanza, la determinazione più forte di qualsiasi contrarietà. D almeno due anni non ha un rapporto meraviglioso con i tecnici rossoneri, prima Leonardo e adesso Allegri: infatti non vedeva campo da ben 9 partite (e nell'ultima apparizione col Catania aveva comunque "timbrato"). Non ha una salute di ferro: nel tempo ha accusato problemi a schiena, ginocchio, gomito e soprattutto alle fragili e precarie caviglie. Ha sempre dovuto fronteggiare concorrenti blasonati: quest'anno era chiuso da Ibrahimovic, Pato e dal tandem brasiliano Dinho-Binho, ma adesso per Allegri sarà un problema davvero grosso, tenerlo fuori.  Inzaghi è sempre stato un vero rapace d'area. Aveva meno di 20 anni - è nato a Piacenza il 9 agosto 1973 - quando si mise in evidenza nel Leffe, stagione '92, campionato di C1, segnando 13 volte. I primi gol in serie A (2) li ha firmati con la maglia del Parma, ne sono seguiti altri 153 fra Atalanta, Juventus e Milan. Con 315 reti violate, Pippo è il quarto marcatore tricolore di sempre alle spalle di Piola, Meazza e Baggio, col "Divin Codino" che però lo precede di appena 3 lunghezze.  «Ridatemi i vent'anni e io restituisco tutto: gol, trofei, soldi. Lo farei per avere altri quindici anni di carriera: senza calcio non so stare» ha sempre ammesso candidamente il bomber rapace. Anche all'interno del suo libro autobiografico pubblicato la scorsa primavera ed intitolato in maniera significativa "300 gol (e non è ancora finita)".  Una sorta di Eddye Merckx del pallone, sempre aggiornato sulle proprie statistiche come il diploma conseguito in ragioneria gli impone. Un vecchietto terribile che non pensa minimamente a godersi la pensione, dopo aver conquistato tutto a livello di club. E che ogni giorno trova un motivo valido per continuare ad allenarsi come
un ragazzino della Primavera: spedire la sfera alle spalle del portiere di turno.  Emiliano Mondonico, il tecnico che l'ha svezzato, ha una sua teoria, romantica e probabilmente giusta: «Non è Inzaghi ad essere innamorato del gol - sostiene il "Mondo" - ma è il gol ad essere innamorato di Inzaghi».

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