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No alle trivellazioni in mare, l’Elba fa muro contro i petrolieri

Goletta Verde, il ministro Prestigiacomo, i Comuni e gli operatori economici contro l'australiana Key Petroleum a caccia di pozzi tra Pianosa e Montecristo

PORTOFERRAIO. Una bandiera nera per dire no all'oro nero. E stavolta al fianco di Goletta Verde non ci saranno solo gli ambientalisti. Dal ministero dell'Ambiente ai Comuni, dagli operatori economici ai turisti. Nessuno vuole le trivelle nelle acque dell'Arcipelago Toscano: la Key Petroleum a caccia di pozzi tra Pianosa e Montecristo può fare i bagagli.

Il vascello ambientalista di Goletta Verde sarà all'Elba lunedì per la consegna virtuale della bandiera nera. Il vessillo sarà affidato ai Messaggeri del mare, una coppia di esperti nuotatori - Lionel Cardin e Pierluigi Costa - che da Pomonte, una delle più belle località sulla costa est dell'Elba, raggiungeranno la vicina Chiessi. Bracciate contro il petrolio sullo sfondo di Pianosa (minacciata anche da un progetto di costruzione di una centrale nucleare) dove, se la Key Petroleum non sarà fermata, potrebbero spuntare le piattaforme petrolifere.

E' questo l'obiettivo, ormai dal 1999, della multinazionale australiana. Da allora, sulle scrivanie del ministero dell'Ambiente, c'è la richiesta di autorizzazione a bucare i fondali toscani. La società, che ha recentemente acquisito la concessionaria italiana Puma Petroleum titolare delle richieste di concessione, insieme alle azioni si è comprata l'opportunità di cercare petrolio e gas naturale nell'Arcipelago. Da anni la richiesta di trivellazioni è in attesa del via libera definitivo, anche se le prime indagini sui fondali a sud dell'Elba sono già state effettuate.

Due le aree definite interessanti per eventuali ricerche - che comporterebbero trivellazioni del fondale profonde fino a oltre 3mila metri - sistemate a metà strada tra Pianosa e Montecristo, in un tratto di mare di oltre 640 chilometri quadrati (una superficie grande quanto tre volte l'isola d'Elba). Inutile, fino a oggi, che il presidente del Parco dell'Arcipelago, il geologo Mario Tozzi, definisca improbabile la possibilità di trovare petrolio a poca distanza (circa 3 miglia marine) dalle coste di Pianosa e Montecristo, dove neppure gli yacht possono transitare né i visitatori (poche migliaia ogni anno) fare il bagno. Inutile che i consigli comunali dell'Elba abbiano bocciato, con provvedimenti votati all'unanimità, l'ipotesi delle perforazioni. Per fermare la minaccia serve qualcosa di più.

Vie di fuga. E forse quel qualcosa si sta muovendo. Perché in Parlamento, rispondendo a un'interrogazione dei deputati Ermete Realacci e Silvia Velo, il ministero dell'Ambiente ha avanzato forti dubbi sulla possibilità di rilascio delle concessioni alla Key Petroleum. E i motivi sono due. Da un lato le nuove norme di revisione del codice ambientale (approvate dal Consiglio dei ministri) che vietano ricerche di questo tipo a cinque miglia dalla costa su tutto il territorio nazionale e fino a 15 miglia dal perimetro delle aree marine protette. Dall'altro la prossima istituzione, per l'Arcipelago, di un'area marina protetta che allontanerebbe il rischio di vedere spuntare all'orizzonte piattaforme petrolifere.

C'è da chiedersi se tutto questo sarà sufficiente a evitare le trivellazioni. Se il salvataggio dell'Elba, di Pianosa e Montecristo sia il punto di arrivo di una battaglia che vede, per ora, tutti schierati su un unico fronte. Se, in altre parole, il mare della Toscana non meriti qualcosa di più. Perché se una piattaforma petrolifera rischia di distruggere le coste incontaminate di Pianosa e le spiagge affollate di turisti di Cavoli o Fetovaia, con tutto quello che comporta in termini ambientali ed economici, lo stesso rischio potrebbero correrlo Forte dei Marmi o Punta Ala.

E' pensando a questi scenari che il ministro Stefania Prestigiacomo ha avanzato nei giorni scorsi una richiesta di moratoria sulle perforazioni petrolifere in acque profonde nel Mediterraneo. Una moratoria, a pochi giorni dall'avvio delle trivellazioni della Bp nel golfo della Sirte, suggerita dall'Europa e fatta propria dall'Italia che darebbe il
tempo agli Stati dell'Ue di prendere posizione sui rischi delle perforazioni, studiare soluzioni per la tutela dell'ambiente e scongiurare sulle coste italiane un nuovo caso "Deepwater Horizon".

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