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"Cantiamo per i minatori", Andrea e Ilaria cantastorie del nuovo millennio

La sfida dei Secondamarea: un disco e un libro sulle miniere

Sempre in giro, in Italia o in Europa, per approfondimenti e documentazioni sulle loro ricerche, i Secondamarea quando tornano a casa, al Giglio o Pitigliano, si sconnettono dal mondo delle tecnologie per immergersi nella natura, negli ambienti che li circondano, osservarli e ricavarne ispirazione per la loro creatività. Una metodologia, mi dice Andrea Biscaro, alla quale tengono molto e che sinora ha dato buoni frutti.

ASCOLTA "Croci"

Come è nata l'idea di un disco e un libro sulle miniere?
«Alcuni anni fa ci era stato chiesto di scrivere per un Festival un paio di canzoni che avessero come tema il lavoro in miniera. Noi abbiamo subito accettato anche perché abbiamo sempre amato esplorare con la voce e la scrittura strade e orizzonti poco frequentati dalla canzone. Abbiamo dunque iniziato a fare ricerca. Libri, viaggi, incontri, conversazioni ci hanno portati lontano, in un universo atroce e affascinante, nel mondo sotterraneo delle ombre, dei dimenticati, nel cielo ribaltato della miniera. Non bastava certo una canzone per raccontare la miniera, la sua storia, le sue croci, la sua gente, la sua drammatica attualità. É nato quindi un intero disco, un libro, un album fotografico: è questa le genesi di "Canzoni a carburo"».

Il vostro libro-Cd è come uno scavo nella memoria, c'è una grande attenzione al presente, ma vi si colgono anche gli echi di una speranza....
«Viviamo in un'epoca oscura e l'unica luce è la memoria. Canzoni a carburo è il nostro disco più politico, più poetico, più sofferto, più corale».

Come avete scelto i brani e le poesie che avete musicato e inserito nel libro?
«In pochi hanno parlato e raccontato la miniera, il suo mondo, i suoi risvolti. Abbiamo attinto in alcuni casi da nostre letture del passato (Pasolini, Bassani, Rossi...); i richiami invece ad autori come Bianciardi e Simone Weil, che parlarono in modo illuminante e consapevole della miniera, sono frutto di alcuni anni di ricerca e di documentazione. Dobbiamo poi ringraziare Erri De Luca e Gabriele Mirabassi per i loro contributi».

Vivete dal 2004 sull'isola del Giglio: cosa rimane oggi dell'esperienza mineraria?
«Poco, per non dire niente. Il turismo selvaggio, basato solo su mare e spiaggia, ha seppellito pian piano la memoria della miniera. Rimane qualche anziano che ancora racconta, in un misto di gioia, dolore e commozione, gli anni della miniera. Rimane qualche fotografia ingiallita. Rimangono i resti dei vecchi piloni nella baia di Campese, dove un tempo le navi caricavano il minerale estratto. Rimane la polvere nera della pirite che ombreggia la spiaggia e che ormai da sola testimonia un ricordo col suo tenace silenzio».

Qual è stata la vostra esperienza sull'isola?
«Alcuni anni fa abbiamo deciso di lasciare le nostre città, Milano e Ferrara, per rifugiarci nella natura e nel silenzio della Toscana. Ci ha accolto un'isola. Da ottobre a fine maggio il Giglio è un luogo praticamente abbandonato. Non esiste una vera comunità, non ci sono spazi sociali. I negozi aprono soltanto per i turisti estivi. Abbiamo vissuto sulla spiaggia, davanti al mare, nella solitudine e nella bellezza, nell'essenzialità, quasi da eremiti, senza riscaldamento, senza tv. Ilaria ed io. Accompagnati soltanto dalla nostra musica, dalla nostra scrittura, dalle nostre piante, dai nostri amici gatti».

Il Giglio vi è stato utile per il lavoro artistico?
«Abbiamo imparato molte cose sull'isola. Abbiamo capito che non c'è molta differenza tra creare una canzone e far crescere un cavolo. Abbiamo scoperto lo stupore di fronte alla natura, di fronte agli animali. Abbiamo scoperto che l'uomo ha fatto e continua a fare più disastri che altro. Il Giglio sta diventando un paese fantasma. Triste sorte che sta toccando molti borghi sparsi in tutt'Italia. Noi vorremmo abitarli tutti».

E' per questo che per una parte dell'anno abitate a Pitigliano?
«Abbiamo da poco preso una piccola casa nel centro storico di Pitigliano, splendida isola nella terraferma, roccaforte di tufo. Il nostro mestiere ci spinge in questi luoghi, dove tutto è più estremo. Le cose belle e le cose brutte. I tramonti e le ingiustizie. I profumi e i dispiaceri. La solitudine e la felicità».

Parlate molto di natura, poco della gente...
«Il Giglio ci ha accolto, ma non i gigliesi, la natura, ma non la gente. In mezzo ai venti profumati dell'isola, si respira anche quest'aria. Diffidenza, orgoglio, durezza, isolamento, timore, campanilismo. "Canzoni a carburo" è riuscito inaspettatamente a scalfire la tempra isolana, il duro scoglio. Dopo anni di vita vissuta all'isola, finalmente un'apertura, un riconoscimento, il "concerto per la miniera" di domenica scorsa nella Rocca Pisana di Giglio Castello organizzato dal Parco dell'Arcipelago Toscano.

E Pitigliano?
«Lì ci ha avvolto subito una bella atmosfera, forse perché è una terra di confine che ha attratto nei secoli persone "particolari" (artisti, banditi, omeopati, briganti, erboristi...), forse per la magia millenaria che la cultura etrusca ancora emana, forse più semplicemente perché la popolazione pitiglianese è vivace, variegata, curiosa. Pitigliano è un crocevia straordinario di influssi e culture, è parte di un territorio ricco e complesso, fatto di terme, lago, montagna, mare. É un luogo che sembra fatto di sabbia, di luce, di foglie, affascinante e misterioso. Uno degli ultimi avamposti del sogno».

Un avamposto della poesia è stato Piero Ciampi. Nella gallery fotografica di personaggi cui vi siete ispirati, sul vostro sito, lui è al secondo posto, dopo Leo Ferré. Che cosa significa per voi la sua opera?
«Piero Ciampi è il cantautore che più ci somiglia. C'è lo stesso afflato, la stessa tensione, la stessa disperata gioia nella ricerca della parola e della musica. Piero Ciampi è un vero poeta, nella vita prima ancora che nell'arte, la sua bellissima voce sempre ci strazia e ci confonde, ci commuove e ci fa arrabbiare, ci fa stringere i pugni, ci fa vivere. Il sentimento che ci lega a Piero è davvero grande, è un amore fraterno, viscerale, urlato. Non c'è mai stato un eroe della canzone in Italia, eppure c'è stato Piero Ciampi. Non esisterà mai più un cantore della vita, dell'amore e della grazia come lui. Non esisterà mai più un vero anarchico della parola cantata».

Ascoltate ancora le sue canzoni?
«Da molto tempo non ascoltiamo più musica. Non sappiamo esattamente il motivo. Forse perché quando scrivi hai bisogno del vuoto, di distruggere tutti i modelli per inventarne di nuovi. Eppure ne abbiamo ascoltata tanta in passato, di qualsiasi genere. Ora il panorama che ci circonda è davvero triste, desolante. Preferiamo pensare, leggere, osservare. Ma Piero continua ad esserci
compagno. I suoi dischi li ascoltiamo ancora e con lui è sempre la prima volta, sempre il primo ascolto. Da tempo rimuginiamo di fare un disco su Piero, riproporre le sue canzoni, cantare i suoi versi. Nel nostro modo. Con la nostra voce. Presto lo faremo. Oseremo. Sempre che lui sia d'accordo!»

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