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LA STORIA

La strage di Sant'Anna di Stazzema. Una telefonata dalla Germania: “Mio nonno è l’SS che ti salvò la vita”

Enio Mancini, sopravvissuto alla strage di Sant'Anna di Stazzema, bambino all'epoca dei fatti, dopo 66 anni riceve una telefonata dalla Germania: è Jochen Kirwel, il nipote

del soldato nazista che, sparando una raffica di mitra nel vuoto, salvò la sua vita e quella della sua famiglia: un segreto rivelato solo alla moglie in punto di morte. Quel giorno, il 12 agosto del '44, le Ss massacrarono 560 persone. Giovedì 26 al Goethe Institute di Roma ci sarà l'incontro
STAZZEMA. «Pronto, ich heisse Jochen Kirwel». La voce di un giovane, al telefono. Dice poche parole non comprensibili, in tedesco. Una volta tradotte, saranno sconvolgenti: «Mio nonno, Peter Bonzelet, era il soldato tedesco che nel bosco di Sant’Anna sparò in aria». Segue il silenzio.

Enio Mancini, superstite dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, non parla tedesco. Non riesce a comprendere quella frase ma resta calmo. D’altronde lui, memoria storica e a lungo direttore del Museo storico della Resistenza, ha tanti amici e conoscenti in Germania. Quella chiamata, quindi, non lo sorprende più di tanto. «Per favore parli in italiano, conosco il francese ma non il tedesco», aggiunge con cortesia.

LA LETTERA Un segreto mantenuto fino alla morte

Passa un quarto d’ora e il telefono torna a squillare; ma stavolta la voce riesce a farsi capire. Con fatica, il giovane legge la frase, tradotta in italiano. «Mi chiamo Jochen Kirwel: mio nonno, Peter Bonzelet, era il soldato tedesco che nel bosco di Sant’Anna sparò in aria». In questo modo, dopo sessantasei anni, Enio conosce il nome del soldato che, sparando una raffica di mitra nel vuoto, gli salvò la vita. E rivede la scena che gli ha segnato l’esistenza. Ha sei anni e mezzo. Con altri bambini e con i suoi familiari sta per essere condotto sulla piazza della Chiesa, uno dei luoghi dell’eccidio del 12 agosto 1944.

D’un tratto, le SS si dividono lasciando il gruppo in mano a un giovane soldato: l’ordine è quello di fare fuoco ed uccidere. Una volta soli, con un gesto l’SS fa capire di volerli lasciare liberi, di risparmiarli: i bambini si voltano e si allontanano. Dopo pochi istanti, esplode, fragorosa e per una volta innocua, una raffica di mitra. Il gruppo è salvo. «Credevamo che ci sparasse, per un istante abbiamo pensato di morire. Invece quel giovane soldato stava sparando in aria, per far credere ai suoi di averci ucciso». Per anni Enio Mancini ha raccontato a migliaia di persone il modo in cui è scampato alla morte: grazie a un gesto di misericordia in mezzo a tanto orrore.

«Quando ho capito con chi stavo parlando al telefono - spiega Mancini - sono rimasto di sasso; continuare ad ascoltare è stato davvero difficile e infatti dopo quella chiamata non ho parlato, per ore. Da sempre ho cercato invano di avere qualche notizia di quel giovane che ci risparmiò. Adesso so chi devo ringraziare».

Peter Bonzelet era una delle SS che il 12 agosto 1944 salirono a Sant’Anna di Stazzema per trucidare 560 innocenti. Donne, bambini, anziani uccisi barbaramente, il paese distrutto con il fuoco, a cancellare ogni traccia di quell’orrore. Persino la giustizia ha provato a far dimenticare il massacro, con una verità che è emersa solo dopo sessant’anni, con il processo di La Spezia. Chi non ha mai dimenticato sono loro, i bambini di Sant’Anna che sopravvissero all’eccidio e hanno speso tutta la vita a raccontare quella tragedia.

Proprio per questo grande impegno, sia Mancini che Enrico Pieri, presidente dell’Associazione Martiri di Sant’Anna, saranno premiati il 26 marzo a Roma dalla Repubblica Federale di Germania con un’alta onorificenza. E quel giorno Jochen Kirwel, che ha 27 anni, incontrerà Mancini.

Peter Bonzelet è deceduto nell’ottobre del 1990. Viveva a Mainz (Magonza), in Germania, dove risiede anche Jochen. «Mio nonno - riassume Jochen - faceva parte delle Waffen SS, utilizzate per operazioni contro i partigiani. Non ha mai parlato della guerra con nessuno tranne che con mia nonna. Ho conosciuto la vicenda solo sei mesi fa: poco prima di morire, mia nonna ha affidato a me la storia».

A quel punto Jochen ha cercato su internet informazioni su Sant’Anna di Stazzema. «Ho letto il racconto di Enio: corrispondeva a quello di mio nonno. Mancini diceva di essere stato risparmiato da un soldato tedesco che invece di sparare a lui e agli altri, aveva fatto fuoco in aria. Era ciò che mi aveva raccontato mia nonna: in quel crimine spaventoso, era stato compiuto almeno un gesto di umanità».

Per Peter non è stato facile tornare a casa, dopo l’orrore di quel giorno maledetto in alta Versilia. «Si è trascinato dietro, per tutta la vita, i fantasmi della guerra - racconta il nipote - ha dovuto curarsi perché quelle immagini lo perseguitavano giorno e notte. Si è chiuso nel silenzio».

Quando Jochen è riuscito a rintracciare il recapito, Mancini non sapeva cosa fare. «Mi sono chiesto per giorni quale fosse la cosa giusta, chiedendomi come avrebbe reagito. Ma volevo conoscerlo, chiedergli scusa per i crimini di cui sono responsabili anche mio nonno e i suoi compagni. E stringere la mano all’uomo che mio nonno ha risparmiato. Così ho deciso di telefonare».

Un ruolo importante nella vicenda è rivestito dai coniugi Horst e Maren Westermann, i due musicisti tedeschi che nel 2007 hanno ricostruito l’Organo della Pace a Sant’Anna. «E’ grazie al loro interessamento che la Repubblica
federale tedesca ha concesso l’alta onoreficenza che, con Enrico Pieri, ritireremo a Roma - commenta Enio Mancini - e sempre grazie a loro è stato possibile stabilire il contatto con Jochen e conoscere il nome di quel soldato». Quel nome è Peter Bonzelet.

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