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INCHIESTA SULLA TAV

Torrenti prosciugati: un disastro
danni ambientali per 750 milioni

Ci sono 52 amministratori e tecnici,

tra i quali il presidente della Regione Martini e l’ex presidente Chiti, tra le persone coinvolte nell'inchiesta sui danni ambientali creati dai cantieri per l'Alta velocità (la Tav). La Corte dei conti li chiama in causa per un danno erariale di 741 milioni causato dai cantieri nel Mugello
Il termine tecnico è “ammalorata”. Una parola che nel corso degli ultimi dieci anni è stata ripetuta tante volte, riferita alle gallerie dove si sono aperte crepe e dove l’acqua ha bagnato pavimenti e volte.

L’associazione fiorentina di volontari Idra, che ha passato ai raggi x la costruzione della Tav nel tratto appenninico, non si è mai stancata di denunciare. Affiancata anche da associazioni ambientaliste e politici, fra cui Marco Carraresi, consigliere regionale Udc, che raccontò di quando bambino andava a pescare in Mugello. «Ma oggi - diceva a fine 2006 - non si può più fare perché i fiumi sono secchi».

Opera mastodontica e strategica la Tav toscana, che fra un mese si collegherà ai grandi corridoi europei: alta velocità per i passeggeri e alta capacità per le merci. Ma il Mugello, che dalla metà degli anni ’90 ha subito l’esplosione delle mine e il rumore dei “martelloni” con cui si perforava il ventre dell’Appennino, ha contato tanti danni: dall’intercettazione delle falde acquifere per arrivare all’essiccamento dei torrenti. Un danno anche economico se si pensa a due settori importanti come l’agricoltura e la zootecnia.

A cavallo fra il 2006 e il 2007 il problema del danno ambientale emerse in tutta la sua drammaticità. Il Carzola, uno di quei tipici fiumiciattoli che gorgogliano a mezza montagna, non aveva più un goccio d’acqua: l’alveo era diventato un acciottolato bianco che lo faceva assomigliare ad un sentiero da trekking. Di danni alle fonti idriche superficiali e sotterranee - ricordava Idra nel marzo 2007 - se ne sono contati a bizzeffe, compresi quelli a cinque acquedotti. E poi - proseguiva l’elenco - una settantina di sorgenti danneggiate; oltre 40 pozzi inservibili; una ventina i torrenti, i fiumi e i fossi prosciugati. Senza dimenticare l’impatto alle acque sotterranee di falda.

Fu in quel periodo che il presidente della Regione Claudio Martini si recò, insieme ad alcuni assessori e tecnici regionali, nei cantieri della Tav: qualche settimana prima una lettera e un programma tv avevano scatentato un putiferio politico. Il primo riferimento era alla galleria di Firenzuola, lunga 15,285 km, dove si stavano demolendo e rifacendo alcune centinaia di metri di rivestimento nel tratto compreso tra la finestra di San Giorgio e l’imbocco sud vicino all’autodromo del Mugello, nei pressi di Scarperia. Alla fine si era arrivati a circa 1500 metri di lavori-bis. Il secondo riferimento era al tunnel di Borgo Rinzelli, dove si stava rimuovendo il pavimento. Crepe e infiltrazioni, quindi, non solo alla volta delle gallerie, ma anche all’arco rovescio, cioè al calpestio delle stesse.
«Problemi da ricercare - dissero Tav e Cavet (il realizzatore dell’opera) - nella composizione morfologica dell’Appennino». Ma già nel 1999, proprio a Firenzuola, si era verificata una cascata eccezionale d’acqua all’interno dello scavo: fu l’inizio degli ammaloramenti e dei danni ambientali.

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