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Addio al Basket Livorno

C’era una volta Livorno culla del basket: l’assemblea dei soci del Basket

Livorno si è arresa. La società non si iscriverà al prossimo campionato di Legadue. Il titolo sportivo non verrà ceduto: i soci, fra cui il Comune hanno ritenuto più dignitoso morire senza monetizzare un titolo sportivo rilevato gratuitamente cinque anni fa. Finisce così una storia lunga 70 anni
LIVORNO. Quando Vasco Suggi, uomo di basket di lungo corso, chiude a chiave la porta della sede di via Pera del Basket Livorno, sono quasi le nove della sera e tutto si è compiuto. L’assemblea dei soci ha deciso e non c’è nessuna sorpresa: la squadra non parteciperà al campionato. L’avventura di Livorno nel mondo del basket di vertice finisce qui. Senza la cessione del titolo, senza che la società abbia un “tesoretto” di 600mila euro per ripianare almeno parte dei debiti. Toccherà, dunque, agli attuali soci far fronte all’esposizione fin qui maturata.

«Più dignitoso finire così - sentenzia Fabio Del Nista, presidente dell’Asa, uomo scelto dal sindaco per seguire le vicende della società di pallacanestro - l’amministrazione era contraria alla vendita del titolo sportivo e così la società ha deciso». Un titolo sportivo che la città - e quindi l’amministrazione comunale - si era ritrovata fra le mani cinque anni fa. Giugno 2004, la famiglia Falsini, proprietaria del gruppo Mabo, lasciò le quote in mano al sindaco. Le acquistò la Livorno sport, società controllata dal Comune, a 1 euro. «In cinque anni - è ancora Del Nista a parlare - siamo riusciti a far scendere la partecipazione del Comune dal 95 al 5 per cento, allargando la base societaria a diversi imprenditori».

Ma la società che fa capo a Valterio Castelli, patron del gruppo Td, che detiene il 75 per cento delle quote del Basket Livorno, da tempo ha deciso di tirare i remi in barca. Castelli non c’era neppure ieri, in assemblea, ma era rappresentato da un suo emissario. Impossibile, dunque, continuare. A meno di un miracolo, cioè dell’arrivo di un imprenditore che rileva la società ed è disposto a proseguire l’attività sportiva, il basket livornese è al capolinea. Entro l’11 luglio si riunirà l’assemblea straordinaria dei soci davanti a un notaio, passaggio necessario per deliberare la messa in liquidazione. Poi, la decisione di rinuncia alla partecipazione al campionato di Legadue sarà ufficialmente comunicata alla Federazione e alla Lega stessa.

Quella che si chiude è una fase tutta particolare del basket livornese. Iniziata nel 2000, quando la cessione del titolo sportivo, anche a quell’epoca ormai vicinissima, fu sventata con l’entrata in pista della famiglia Falsini. I D’Alesio, che nel 1997 avevano riportato Livorno in A dopo aver rilevato il Don Bosco, avevano manifestato la volontà di passare la mano. E in mancanza di un’altra struttura societaria degna di questo nome, ecco che la città individuò questa soluzione, che conteneva in sé i rischi venuti a sintesi in questi giorni: non più una società che andava alla ricerca di sponsorizzazioni, ma lo sponsor che d’improvviso si faceva società. Ed è fisiologico che il ciclo di una sponsorizzazione duri due, tre anni al massimo, quando non si è in presenza di famiglie radicate su un territorio come Benetton o Scavolini.

E’ accaduto, dunque, che Livorno si è trovata a dover ricominciare da capo ogni anno. Sempre all’anno zero, sempre a doversi inventare un budget, sempre a dover fare i miracoli per allestire una squadra e condurre a termine la stagione. E le cose sono andate bene per diverse stagioni: sono arrivati, nei vari anni, giocatori come Nicholas, Shumpert, Anagonye, Troutman, Recker, Anderson, che poi hanno avuto contratti importanti in società di ben altro livello. E sono stati lanciati allenatori come De Raffaele, Moretti, Dell’Agnello.

Certo, il giorno dell’annuncio della fine sono molte le domande che vengono in mente. La prima riguarda il futuro del palasport: il PalaLivorno, gioiello da ottomila posti, terzo impianto d’Italia, servirà solo per concerti o mostre canine, da qui in avanti? O non poteva essere la gestione un punto di partenza per iniziare una nuova vita per il basket?

E la seconda chiama in causa, com’è ovvio che sia, l’infinita platea degli imprenditori livornesi. D’accordo, la crisi si fa sentire per tutti. Ma anche due, tre, quattro anni fa non è stato
possibile trovare un gruppo di soci in grado di assicurare a questa società spalle sufficientemente solide per poter almeno abbozzare una programmazione. «Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti», cantava De André diversi anni fa. Riascoltiamolo tutti insieme, non fa male.

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