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L'unico sopravvissuto racconta il Moby Prince

Alessio Bertrand, il sopravvissuto al disastro del Moby Prince, oggi in Procura a Livorno per essere interrogato nell’ambito dell’inchiesta-bis aperta nell’autunno 2006 dopo un’ istanza dell’avvocato Carlo Palermo legale dei figli del comandante Chessa, morto nel rogo

LIVORNO. Oggi ha 36 anni e non riesce a dimenticare la tragedia. Le fiamme, il fumo, il terrore, i morti. Allora, era il 10 aprile 1991, di anni ne aveva 18 e sperava, imbarcandosi come mozzo sui traghetti, di avere un futuro migliore. Alessio Bertrand, il sopravvissuto al disastro del Moby Prince, stamani sarà in Procura a Livorno per essere interrogato nell’ambito dell’inchiesta-bis aperta nell’autunno 2006 dopo un’ istanza dell’avvocato Carlo Palermo legale dei figli del comandante Chessa, morto nel rogo.

Finora ci sono stati 140 vittime e nessun colpevole. Il procuratore capo Francesco De Leo, presente alla cerimonia organizzata dai familiari lo scorso 10 aprile, ha ribadito di voler arrivare fino in fondo.

Andreotti testimone. In oltre due anni di accertamenti, i magistrati del nuovo pool hanno sentito parecchi testimoni, compreso Giulio Andreotti che nel 1991 era presidente del Consiglio.
I Pm sono andati a Roma: volevano sapere dal senatore dei rapporti Italia-Usa in quel periodo, con la prima guerra del Golfo in essere, e di quanto i satelliti possano avere visto. Gli Usa, alle richieste precedenti avanzate dalla Procura tramite vie governative, hanno sempre risposto che non spiano i Paesi amici.
Ma visto che nell’aprile 1991 massiccia era la presenza in rada di navi statunitensi militari e militarizzate cariche di esplosivi (erano sette, in attesa di ordini, senza dimenticare la base di Camp Darby, ndr), i familiari delle vittime sono sempre stati convinti che qualche tracciato esista. Dopo l’elezione di Obama alla presidenza degli Usa, hanno rinnovato la richiesta.

Verso l’archiviazione? E’ certo che la Procura sia ormai arrivata alla fine di questa nuova indagine, ma prima di chiudere - non è escluso che si vada verso un’ archiviazione - ha deciso di interrogare l’ex mozzo come persona informata sui fatti. Lui è l’unico che può raccontare. Bertrand è stato inserito mesi fa nella lista dei testimoni. Durante la prima inchiesta, quella subito dopo il disastro, venne sentito un paio di volte. Raccontò dell’inferno di fuoco, dei lunghi minuti di terrore prima che gli ormeggiatori, dalla loro barca arrivata sotto il Moby, gli gridassero di buttarsi in acqua.

Quella maledetta sera. Bertrand - così disse al Pm Luigi De Franco, nel 1991 titolare del fascicolo - quella maledetta sera aveva preparato i panini ed era salito in plancia per portarli al personale di guardia, che era al suo posto e non guardava la partita in televisione. Una circostanza che, subito dopo il disastro, fu avanzata da più parti.
Stamani l’ex mozzo dovrebbe arrivare di buon’ora negli uffici al primo piano di via Falcone e Borsellino insieme ai carabinieri che sono andati a prenderlo nella sua casa vicino a Napoli. Non è un accompagnamento coatto per un testimone che non si vuole presentare, ma il solo modo - l’hanno chiesto Bertrand e i familiari - per poter venire a Livorno. Gli anni sono passati ma il tempo non ha sanato le ferite: gli incubi si rinnovano ogni giorno e l’ex mozzo non riesce a viaggiare in treno da solo. Ha chiesto se poteva essere accompagnato. E così è stato.

Il nodo della nebbia. Uno dei punti-chiave sotto la lente della Procura è la presenza o meno della nebbia. I Pm vogliono sapere con certezza se c’era alle 22.25 a 2,3 miglia dall’imboccatura sud del porto, in quello specchio di mare dove il Moby entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo alla fonda carica di greggio.
Il pool ha ordinato una
nuova perizia su questo punto molto controverso. Il Tribunale, in primo grado, concluse che la nebbia c’era ma non così fitta come si disse sul momento. L’incendio provocò poi molto fumo, che avrebbe impedito ai soccorritori di trovare il Moby Prince, individuato oltre un’ora dopo la collisione.

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