Quotidiani locali

Niente soldi, tanto in pegno

La classe media riscopre il Monte di Pietà. Toscana: +15%

Un cliente di metà mattinata arriva in maglietta e jeans. E’ qui per riscattare un Rolex e qualche gioiello di famiglia lasciato poco prima delle vacanze: nessun problema a parlare con un giornalista, a parte la comprensibile richiesta dell’anonimato. «Ho moglie e due figli e volevo avere un po’ di contanti per pagarmi le vacanze. Sa com’è, di questi tempi non c’è molto da scialare. Inoltre c’è il vantaggio che così posso lasciare questi oggetti al sicuro senza pagare alcuna cassetta di sicurezza. Insomma, denaro in tasca e tranquillità per i ladri, non è una cosa da poco. Penso che tornerò a Natale, per andare qualche giorno sulla neve». «Ma quali vacanze - gli fa eco una signora sulla quarantina - io con lo stipendio non ce la faccio mai e tutti i mesi sono qui. Finisco i soldi, vengo al Monte, lascio qualcosa e lo riprendo quando riscuoto». «Sì - conclude sorridendo - è proprio come dice lei, sono una debitrice seriale». E’ una mattinata come tante altre al Monte dei Pegni ospitato in uno storico edificio di via Borra, nel quartiere livornese di Venezia. Nessuna signora che entra timorosa, tantomeno uomini con il bavero della giacca rialzato come usava una volta.

Il timore di varcare l’ultimo diaframma che separa la vita a credito da quella ad usura sembra tramontato da un bel pezzo. Francamente, chi osserva il via vai di clienti non ha neanche la sensazione che si ricorre a questo mezzo come in passato, quando lo chiamavano tutti Monte di Pietà e nelle tasche delle famiglie mancavano anche pochi spiccioli per comprare il pane. Eppure i numeri ufficiali dicono che negli ultimi dodici mesi, non a caso quando anche la classe media ha cominciato a sentire in tutta la sua intensità i morsi di una crisi con pochi precedenti, i clienti, a livello nazionale, sono aumentati mediamente dell’8 per cento: 30mila in più a Milano (equivalenti all’8 per cento, appunto), 50mila a Roma (più 5%), 30mila a Palermo (più 10%) e altrettanti (15 per cento) nelle province toscane di Pisa, Lucca e Livorno. Dato, quest’ultimo, che alla Cassa di risparmio delle tre città, a cui fanno capo le filiali del Monte dei Pegni, appunto, di Pisa e Livorno, non confermano: «Aumenti sostanziali non ce ne sono stati - spiegano dalla sede centrale di Lucca, a parte qualche piccolo incremento. Il che comunque non esclude che questo particolare effetto della crisi si possa invece sentire in futuro».

Dalle bollette al Lotto. Ma torniamo all’entrata di via Borra, in questa struttura che i livornesi conoscono dal 1599, cioè da quando il granduca Ferdinando I de’ Medici concesse a tre israeliti di aprire un ufficio di prestiti in via della Coroncina. In questo bell’edificio completato nel 1710 si vanno a cercare soldi senza complicarsi troppo la vita. «Sto seguendo un numero al Lotto - dice un signore di mezza età in giacca e cravatta che non sembra preoccuparsi molto di ciò che potrebbe pensare la gente sul fatto di ricorrere al pegno per giocare d’azzardo -. L’ho fatto anche in passato e mi è andata quasi sempre bene: alla fine sono sicuro di guadagnarci, male che vada finirò alla pari». In pareggio non ci andrà invece sicuramente un tizio un po’ più giovane che parla di soldi che gli servono, dice lui, per andare al ristorante con la ragazza: «Sai - si giustifica - tutto sommato si vive una volta sola». Clienti ne passano a decine e sembra che sia così tutti i giorni di apertura, cioè dal lunedì al venerdì, dalle 8 fino a poco dopo le 13.

Portano monili d’oro, orologi, preziosi in genere perché alla Cassa di Risparmio hanno scelto di accettare solo questo tipo di oggetti: niente cose strane tipo tappeti, pellicce o statue di grande valore come accade ad esempio a Roma e Milano; e neanche elettronica di consumo «perché - ci spiega un esperto - ci vogliono valutazioni tecniche adeguate e le polizze durano sei mesi, un periodo di tempo in cui magari un telefonino, anche il più moderno e costoso, perde rapidamente il suo valore». Debitori seriali. C’è anche un altro fenomeno, sintomatico di una situazione sulla quale c’è ben poco da ridere, derivata, come si diceva, non dalla necessità di comprare qualcosa da mangiare, ma semplicemente per mantenere lo stesso tenore di vita. Il riferimento è a coloro che, loro malgrado, vanno avanti per una quindicina di giorni con lo stipendio e poi restano con il portafoglio irrimediabilmete vuoto: a quel punto l’unica strada, per un numero sempre crescente di cittadini, sembra essere quella di presentarsi al Monte dei Pegni, lasciare qualcosa di prezioso e riscattarlo un paio di settimane dopo.

Un’operazione certamente non simpatica, ma agevolata da tassi comunque interessanti: a Livorno e Pisa è attualmente il 12,5 per cento annuo, cioè leggermente di più di un punto mensile. Poca cosa, soprattutto se non è più in gradi di ottenere aiuto dal normale circuito creditizio e si deve ricorrere agli usurai, le cui richieste d’interessi, se va bene, sembrano arrivare mediamente al sessanta per cento. Aste e speculazioni. In questa situazione c’è naturalmente anche chi ci guadagna. Fiocca il ricorso al pegno, ma fioccano infatti parallalemente anche le vendite all’incanto degli oggetti non riscattati. Qualche esempio? Il costo dell’oro è di 14 euro al grammo, mentre a Livorno la base d’asta parte da 10 euro. Senza dimenticare poi il fenomeno, segnalato ad esempio a Roma, di chi esce con la “polizza al portatore” e la rivende agli speculatori: il debito così passa di mano e il riscatto è inferiore al valore dell’oggetto impegnato. Semplice e, a quel che sembra, perfino legale.

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