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Sofri e D’Alema sullo stesso binario

Due esistenze che si incontrarono così, quel 15 marzo del ‘68 a Pisa

Quando, a Massimo D’Alema - era ancora premier - fu chiesta ragione di una molotov lanciata negli anni caldi della contestazione, a cui lui stesso aveva fatto cenno, fece un po’ il gigione. Come dire, lanciò la molotov e nascose la mano. Solo alcune settimane dopo, al Maurizio Costanzo Show, confessò data e circostanze. “Fu per i fatti delle stazione di Pisa, era il sessantotto”. L’arresto di due studenti (i primi due in assoluto in Italia, Guelfo Guelfi e Marco Moraccini) ebbe come risposta un blocco ferroviario. Intervenne anche la Brigata Valle Giulia il gruppo di studenti romani, freschi di vittoria, e furon botte. “Lei, dunque capeggiò l’assalto a una stazione”, dedusse Costanzo. D’Alema, in preda a un sentimento contrastante, precisò: “No no, io non capeggiavo nulla, chi capeggiava tutto, a quel tempo, era Adriano Sofri”. Due esistenze che si incontrarono così la sera del 15 marzo del 1968. Da allora le cose, però, erano cambiate. Qualcosa doveva essere ben successo visto che, a quel punto, uno era capo del governo e l’altro era ospite delle patrie galere.

Il percorso delle loro vite, in realtà, aveva avuto altre coincidenze a cominciare dalla comune frequentazione della famosa Scuola Normale Superiore di Pisa da dove Sofri uscì laureato con una tesi sul giovane Gramsci e D’Alema uscì senza laurea per seguire un destino in ascesa che lo avrebbe portato alla segreteria provinciale del Pci, capogruppo sui banchi del consiglio comunale di Pisa, segretario delle Federazione Giovanile Comunista, direttore dell’Unità e poi in parlamento, al governo, in Europa. Entrambi, poi, avevano avuto a che fare con Togliatti che, sentendo parlare il giovane pioniere D’Alema esclamò: “Ma quello è un nano!”. Sempre caustica, ma meno sottile, fu la risposta del Migliore, durante una sua conferenza in Normale, a Sofri che lo contestò rimproverandogli la contraddizione tra quel che il Pci diceva e quel che faceva: “Ci provi lei a fare la rivoluzione!” gli gridò, e Sofri mormorò tra i denti: “Ci provo, ci provo”. Poi, i loro destini si separarono e, solo dopo che iniziò il calvario di Sofri, si ha notizia di una dichiarazione di D’Alema all’Unità in cui si confermava che il giorno del presunto mandato a uccidere a Pisa venne giù un diluvio.

Il “pentito” Marino lo aveva dimenticato. E ancora, dopo la carcerazione di Adriano, Massimo visitò una festa dell’Unità dedicata a Sofri dove espresse cautamente la sua simpatia per il ricordo che aveva di lui. Più di recente, dopo la caduta del suo governo, D’Alema si recò in visita al Don Bosco e, quando Sofri ebbe il lavoro esterno, in Normale. C’è chi dice che stessero preparando un libro scritto a quattro mani. Ma, prima i guai di salute dell’uno, poi i rinnovati impegni di governo dell’altro, per ora, hanno impedito la conclusione dell’opera. A questo punto
non rimane che ricordare come finì quella storia degli scontri alla stazione. Per Sofri scattò un mandato di cattura e per D’Alema una denuncia. Ma, tra gli studenti, gli arrestati furono nove. I due già incarcerati ne furono soddisfatti. Finalmente avrebbero potuto fare una loro squadra di calcio.

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