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Ladri d'oro nel mare dell'Elba

L'affare Polluce: un tesoro affondato e una banda di moderni pirati 

Una nave carica di gioielli e monete destinati ai rivoluzionari colata a picco nel 1841 e depredata quattro anni fa. Ecco com'è andata  

Una storia di avventurieri del mare, di moderni pirati a caccia di tesori. Cascate di gioielli, monete d'oro e d'argento. Questa volta però lo scenario non è il lontano Mar delle Antille, ma le tranquille acque dell'Elba. E il tesoro è di quelli favolosi, il più grande del Mediterraneo. Sembra la trama di un film, invece tutto è accaduto davvero, nell'inverno dell'anno 2000. Il tesoro è quello del Polluce, nave a ruote speronata e affondata il 16 giugno del 1841 dal piroscafo Mongibello circa tre miglia a est di Capo Calvo, tra l'Isola d'Elba e Punta Ala. Il Polluce era carico: monete e gioielli di grandissimo valore, partito da Napoli aveva come ultima tappa Marsiglia passando per Civitavecchia e Genova. Ed è su questo tesoro, a 103 metri di profondità nel mare toscano, che ha messo le mani quattro anni fa una banda di avventurieri inglesi depredando la nave. La storia fin qui è già nota, già uscita sui giornali: nel giugno 2001 più di duemila monete d'oro e d'argento, gioielli, smeraldi, zaffiri e diamanti, vengono messi all'asta a Londra.

Scotland Yard, d'accordo con i nostri carabinieri, blocca la vendita e fa in modo che i preziosi vengano restituiti all'Italia. In realtà sembra che quella dell'asta londinese sia solo una piccola parte (che comunque ammonta a un milione e mezzo di euro) del tesoro rapinato dagli inglesi, forse messa all'asta - anche con il rischio di perderla - per dare un segnale a qualcuno. Per dire, chissà, a trafficanti di grande cabotaggio interessati a tutto quel ben di dio, che il tesoro, quello grosso, c'era ed era disponibile. La storia è complicata, l'intreccio ha i toni dell'avventura. Non è ancora un film, ma intanto è già diventato un libro: "L'oro dell'Elba" di Enrico Cappelletti e Gianluca Mirto (editrice Magenes 15 euro). Cappelletti, esperto sommozatore, è un cronista del mare, ha all'attivo diversi libri, molti fotografici. Mirto è un accanito ricercatore di informazioni storiche per il riconoscimento dei relitti, tanto che ha creato il sito www.relitti.it.

I due hanno realizzato qualcosa che sta a metà tra la dettagliata spiegazione di come sono andati i fatti e il romanzo d'avventura. La stampa ottocentesca diede molto risalto alla notizia dell'affondamento del Polluce. Il "Semaphore" giornale di Marsiglia, nell'edizione del 26 giugno 1841, riferisce che la nave aveva a bordo 70 mila monete d'argento; che tra i passeggeri c'era una certa madame d'Uxhull con 50 mila franchi in oro e molti oggetti di grande valore, la duchessa napoletana de la Rocca con oltre 30mila franchi, più il suo equipaggiamento e la sua vettura, il capitano d'artiglieria russo Taharichoff con 20mila franchi e una collezione di pietre preziose. A voler dare un valore a tutto quanto la cifra potrebbe stare tra i 500 e i mille miliardi di vecchie lire. Ma non è solo questo. C'è da domandarsi perché sul Polluce si erano riuniti tanti personaggi illustri che si portavano appresso tanta ricchezza. Tutti tranne uno portati in salvo dai passeggeri del Mongibello, mentre l'equipaggio stava a guardare.

L'ipotesi è che sulla nave si fossero dati appuntamento un bel po' di quei nobili simpatizzanti con le idee mazziniane che stavano prendendo sempre più piede e che con quell'oro intendessero finanziare la causa rivoluzionaria. In quell'epoca Mazzini si trovava in esilio a Londra, ma da là continuava a lavorare per la causa. A confermare questa ipotesi c'è il fatto che la compagnia proprietaria del Polluce (e della nave gemella Castore) era la De Luchi-Rubattino, la stessa che fornì a Garibaldi le navi Piemonte e Lombardo per la Spedizione dei Mille. Quello del Polluce dunque fu un affondamento provocato. Il carico della nave era considerato anche all'epoca di grande valore tanto che si tentò subito il recupeo. Ci fu un tentativo guidato dal cononnello De Laugier con 11 navi che imbracarono il Polluce con le catene dal di sotto e lo portarono quasi in superficie tanto che spuntavano già gli alberi. Ma guarda caso si ruppero gli argani e la nave torno giù e si adagiò a 100 metri di profondità.

Ci fu un processo a Livorno, dove l'armatore Rubattino si fece difendere nientemento che da Francesco Domenico Guerrazzi: vinse la causa ma non ebbe alcun risarcimento. Il relitto del Polluce rimase intoccato sul fondo del mare a custodire i suoi tesori per un secolo e mezzo. Con il passare del tempo la sua fama un po' si annebbiò, ma non si spense. La sua localizzazione era chiara e ben conosciuta, veniva riportata - e lo è tuttora come quella delle tante altre navi affondate davanti all'Elba - anche dalle carte dei pescatori, con tanto di coordinate Gps. Se in tutto questo tempo fossero stati effettuati degli scavi sul relitto, oltre che trovare il tesoro intatto, si sarebbe potuta svelare una pagina importante della storia risorgimentale, capire da quali paesi venivano i finanziamenti, chi era interessato a cambiare la storia politica dell'Italia. Con la razzia portata a termine dagli inglesi invece è andato tutto perduto. Sono arrivati lì, si sono piazzati nel mare di Capoliveri con un rimorchiatore affittato a Genova su cui era istallata una grossa gru, e hanno cominciato a calare la benna.

Su e giù, tiravano a bordo tutto quello che capitava, sabbia, pezzi di legno della nave, gioielli, oro. Nessuno che li controllasse. Il fatto è che non sono venuti lì da soli, ma avevano ottenuto dei permessi. Sembra che la richiesta di recupero di un relitto fosse arrivata attraverso il consolato britannico di Firenze: si chiedeva di riportare in superficie il carico di alluminio del Glenlogan, una nave di bandiera britannica affondata nel 1916. Che convenienza avessero i proprietari a recuperare quel minerale rovinato dopo tutti quegli anni passati nell'acqua salata non si sa, ma il fatto più strano è che davanti all'Elba non è affondato nessun Glenlogan, che la nave che si chiedeva di recuperare si trova invece nel canyon dell'isola di Stromboli, a 600 chilometri di distanza e a mille metri di profondità. Le coordinate che vengono specificate nella domanda di recupero del Glenlogan però sono quelle del Polluce...

La richiesta fa il suo iter, si innesca il percorso burocratico dei permessi e nessuna della autorità di cui passa al vaglio si accorge che c'è qualcosa che non va, che non c'è nessun Glenlogan nel mare toscano. Nessuno controlla le coordinate. Gli inglesi sono rimasti lì al lavoro sul rimorchiatore qualcosa come 45 giorni, senza che nessuno li disturbasse, senza che nessuna motovedetta andasse a vedere cosa stavano facendo. In pieno inverno, quando in mezzo al mare vedi anche un moscerino. Eppure la legge è molto chiara. Se anche si fosse trattato del Glenlogan e del suo alluminio la Sovrintendenza per i beni archeologici avrebbe dovuto mandare un archeologo a sorvegliare. Tutti i beni che sono sotto terra o sotto il livello del mare da più di 50 anni sono sottoposti a questo vincolo, quindi sarebbe dovuto avvenire anche per il Glenlogan. Invece niente: da Oltremanica ci siamo visti restituire gli spiccioli di quel tesoro e sembra già un successo importante. Trecento monete d'oro sono quelle che abbiamo riavuto, ma a bordo ce n'erano decine di migliaia.

Il relitto del Polluce ora è distrutto, sbriciolato dalla benna della gru. Chi è andato sotto ha visto una scatola, una cascatella di monete e poco altro. Dai sopralluoghi effettuati dalla stessa Soprintendenza l'anno scorso e quest'anno è venuto fuori che “il relitto è stato irrimediabilmente compromesso dall'intervento vandalico”. A dirlo è uno che se ne intende, Andrea Camilli, direttore del cantiere delle Navi Romane a Pisa, in un intervento che compare anche nel libro di Cappelletti e Mirto a proposito del recupero che si potrebbe tentare ora: “Credo che il gioco non varrebbe la candela”. Degli inglesi che hanno compiuto materialmente la devastazione si è occupata la giustizia britannica, ma è chiaro che dietro di loro ci sono dei mandanti, si parla di una "primula rossa", un re degli avventurieri espulso dall'Indonesia per questo tipo di ripescaggi, personaggio conosciuto dalle polizie di tutto il mondo. Dietro di lui ancora chissà... Il mare davanti alle nostre
coste è pieno di relitti di ogni epoca, anche se non ce n'è più nessuno con a bordo un tesoro del valore del Polluce. Almeno questa storia dovrebbe servire a non subire altre rapine e a tenere gli occhi bene aperti. Pare infatti che ci siano bande già pronte a calare prossimamente sulla Capraia...

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