Quotidiani locali

Il teatro Politeama chiude la stagione con "Una festa esagerata"

Sabato 14 e domenica 15 la commedia di e con Vincenzo Salemme all'insegna della tradizione commedia napoletana d'autore

PRATO. Sabato 14 e domenica 15 aprile, grande chiusura di stagione per il Teatro Politeama Pratese con Una festa esagerata di e con Vincenzo Salemme. La commedia, che non può non farci pensare alla grande tradizione della commedia napoletana d’autore, è un omaggio di Salemme a Eduardo De Filippo con il quale iniziò il suo lungo viaggio nel mondo del teatro.

La storia narra di una coppia di genitori borghesi, nella Milano di oggi, alle prese con l’organizzazione del debutto in società della figlia diciottenne. E ovviamente, non potrebbe esserci nulla di più semplice se non fosse che il padre (Vincenzo Salemme), uomo leggermente presuntuoso e amante del teatro, deve confrontarsi con una moglie (Teresa Del Vecchio) “affamata” di popolarità e disposta a tutto pur di incassare soldi e continuare fare la sua vita da “borghese milanese”, anche a costo di scendere a compromessi con la politica locale. Intorno ai due signori Parascandolo, mentre fioccano gli imprevisti di tutti i tipi, ruota un cast di attori d’eccezione: una figlia (Mirea Flavia Stellato) a cui il padre cerca di insegnare l’amore e il rispetto, ma che è molto più presa dai valori materiali e confonde l’amore con i soldi; un furbo napoletano che cerca di fingersi indiano per farsi prendere a servizio dai padroni di casa; un neo-portiere del palazzo (Antonio Guerriero) impegnato nelle elezioni di condominio; un prete (Nicola Acunzo) alternativo e un vecchio amore (Antonella Cioli) che continua a tornare nella vita del protagonista.

 “Una festa esagerata nasce da un’idea che avevo in mente da tempo, uno spunto che mi permettesse di raccontare in chiave realistica e divertente il lato oscuro e grottesco dell’animo umano” – così presenta il suo nuovo spettacolo Vincenzo Salemme.

“Non dell’umanità intera ovviamente, ma di quella grande melassa/massa dalla quale provengo, quel blocco sociale che in Italia viene definito piccola borghesia. Volevo parlare delle cosiddette persone normali, di coloro che vivono nascondendosi dietro lo scudo delle convenzioni, coloro che vivono le relazioni sociali usando il codice dell’ipocrisia come unica strada per la sopravvivenza. Sopravvivenza alle chiacchiere, alle voci, ai sussurri pettegoli e sospettosi dei vicini. E sì, perché io vedo la nostra enorme piccola borghesia come un grande condominio, fatto di vicini che si prestano lo zucchero, il termometro e si scambiano i saluti ma che, al contempo, sono pronti a tradirsi, abbandonarsi e, in qualche caso estremo, anche a condannarsi a vicenda. Non è la prima volta che questo ventre antico del nostro paese viene messo in commedia ma l’idea dalla quale parto mi sembra molto efficace in questo momento storico fatto di conflitti internazionali, guerre di religione e odi razziali. La barbarie, temo, nasconda sempre dietro un alibi. Ognuno trova sempre una buona ragione per odiare l’altro. Ma quel che temo ancora di più è l’odio che si nasconde dietro il velo sorridente

della nostra educazione. Temo il buio del nostro animo spaventato. Temo la viltà dettata dalla paura. Temo il sonno della ragione. Spero che questa commedia strappi risate e sproni al dialogo. Un dialogo tra persone. Che si rispettano e, seppure con qualche sforzo, provino a volersi bene”.

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