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La mafia scomparsa è un caso. «Ma io credo in questa inchiesta»

Prato, parla il capo della squadra mobile che per anni ha indagato sul gruppo criminale di Zhang Naizhong. La politica presa in contropiede dal Riesame che ha scarcerato i 25 cinesi arrestati a gennaio

PRATO. Ma insomma, c’è o non c’è questa benedetta mafia cinese a Prato? È la domanda che molti si fanno all’indomani delle ordinanze con le quali il Tribunale distrettuale del riesame ha scarcerato i 25 cinesi arrestati lo scorso 18 gennaio nell’ambito dell’operazione China Truck, che ipotizzava proprio questo: che ci fosse un’associazione a delinquere cinese di stampo mafioso i cui tentacoli erano in grado di controllare la più importante comunità orientale d’Italia.

Tanto era stato il clamore in occasione degli arresti, che avevano scomodato anche il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, quanto lo è il silenzio seguito alle ordinanze del Riesame che hanno smontato un pezzo dell’inchiesta. Giovedì pomeriggio al consiglio comunale straordinario sulle mafie hanno voluto parlare tutti per ore. Ora tutti zitti, come se quelle scarcerazioni avessero preso in contropiede la politica e la magistratura.

Non proprio tutti zitti a dire il vero. Parla il consigliere comunale Aldo Milone (vedi intervento a lato) che ha fatto della questione cinese una ragione sociale. E parlano anche quelli che su quella indagine hanno sudato per anni. In primo luogo il vice questore Francesco Nannucci, capo della squadra mobile, che dice: «Sono convinto che l’ipotesi di associazione mafiosa formulata dalla Direzione distrettuale antimafia sia corretta. Credo fermamente in questa indagine e sono sicuro che gli elementi di prova siano solidi.

Di più: è vero che il grosso degli accertamenti risale a qualche anno fa, ma abbiamo presentato integrazioni fino al settembre dell’anno scorso». Vale a dire un paio di mesi prima che il gip Moneti firmasse l’ordinanza di custodia. Anche il procuratore capo Giuseppe Nicolosi, che pure non è titolare dell’inchiesta, è convinto che nel gruppo criminale individuato dalla polizia ci siano gli elementi per contestare l’associazione di stampo mafioso. Ma aggiunge: «Voglio capire, aspettiamo di leggere le motivazioni delle ordinanze».

In ogni caso l’inchiesta è sempre in piedi, il Riesame formalmente ha deciso solo sulle esigenze cautelari e la Procura presso la Dda farà ricorso in Cassazione.

A proposito della Procura, agli avvocati difensori dei 25 arrestati ora scarcerati non è sfuggito che alle due udienze davanti al Tribunale del riesame non si è presentato un rappresentante della pubblica accusa, che

si è limitata a depositare le carte. Non è uno scandalo, anzi è quasi la prassi nelle normali udienze del Riesame dove spetta ai difensori dare battaglia, ma per un’inchiesta di questa portata forse sarebbe stato opportuno che un pubblico ministero ci fosse.


 

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