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La verità di Elfino: "Non fui io a sparare"

Elfino Mortati, condannato a 30 anni per l'omicidio Spighi

In un’intervista al Tirreno l'ex terrorista ribadì la sua versione. E parlò dei due compagni ignoti: "Erano figli di famiglie benestanti, si sono rifatti una vita"

PRATO. Elfino Mortati rilasciò un’intervista al Tirreno nel 2003. Ecco alcune delle sue risposte alle domande di Paolo Nencioni.

Che cosa accadde la mattina del 10 febbraio 1978?

«Fondamentalmente fu un incidente. Non dovevamo fare nemmeno un "esproprio proletario". Si trattava di fare irruzione nello studio del notaio, fare alcune scritte sui muri e bruciare le cambiali che Spighi teneva in cassaforte. Eravamo convinti che facesse opera di strozzinaggio con le cambiali degli operai. Nacque una colluttazione e partì un colpo di pistola».

Non fu lei a sparare?

«No, l'ho sempre detto e lo confermo. Sparò uno dei due che erano con me. No, quell'omicidio non l'ho commesso io ma avrei potuto farlo, proprio perché mi sono trovato in quella situazione».

E non ha mai fatto i nomi dei suoi complici. Perché?

«Per un principio di solidarietà e di scelta politica, di non riconoscimento delle istituzioni preposte a giudicarci. "La storia non si giudica in tribunale" dicevamo. Oggi può sembrare un discorso farneticante, ma in quel periodo molti di noi ragionavano così, eravamo figli della cultura marxista-leninista».

Ha poi avuto la possibilità di parlare coi due ragazzi che erano con lei quel giorno?

«Nessuno mi ha cercato per dirmi grazie e non ho più parlato con loro, ma non sono amareggiato: ognuno risponde alla propria coscienza. Non erano proletari o emarginati, erano figli di famiglie benestanti, so che da quel giorno hanno abbandonato ogni progetto di lotta armata, si sono fatti una famiglia e conducono una vita normale».