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Aziende in fuga da Confindustria: "Troppa immagine, poco tessile"

Pentarif, Gruppo Colle, Fratelli Pratesi, Lavatura La Fonte: si allunga l'elenco delle defezioni. E al nuovo presidente Grossi si contesta l'assenza a Milano Unica

PRATO. In principio era l’Unione industriale pratese, quella fondata dall’imprenditore Alceste Cangioli. Correva il 1912: dopo oltre un secolo, si consuma lo strappo da quell'associazione che, all’epoca, contava 1.200 iscritti. Dieci giorni fa il ramo della rifinizione (Pentarif) del lanificio Cangioli, il più antico di Prato, ha firmato il divorzio da Confindustria Toscana Nord: la lettera di disdetta è datata 30 settembre. Un amore nato e finito anche per altre grandi aziende che rappresentano il comparto della nobilitazione nel distretto: Gruppo Colle, tintoria Fratelli Pratesi, Lavatura industriale La Fonte. Come da statuto, le loro dimissioni diventeranno effettive dal primo gennaio 2018.

La fronda che covava nel ramo di filiera che più macina ordini e fatturato era nell’aria: sono mal di pancia che si trascinano da tempo fino a cronicizzarsi, ferite aperte in uno dei pilastri dell’industria pratese. Sembra che c’entri sì la fusione con Lucca e Pistoia che ha dato vita al progetto di Confindustria Toscana Nord, nata formalmente nel gennaio 2016, ma solo fino a un certo punto. «L’associazione ha smesso di occuparsi di politiche industriali per il distretto preferendo impegnarsi più sul lato della comunicazione e dell’immagine», lamentano alcuni industriali che chiedono di restare nell'anonimato.

Bocche cucite al quartier generale dell’ex Uip, in via Valentini. Forse si preferisce sorvolare su quello che rappresenta un evidente problema politico all’interno di una famiglia ormai allargata ai pistoiesi e ai lucchesi. Resta il fatto che non è più iscritta a Confindustria nessuna delle aziende più importanti del distretto per numero di dipendenti e fatturato come Beste, Rifinizione Santo Stefano e ora anche Gruppo Colle. Ma i malumori serpeggiano un po’ lungo tutta la filiera, a cinque mesi dall’elezione del presidente di Confindustria Toscana Nord, il lucchese Giulio Grossi. «Chi l’ha visto a Milano Unica a luglio? Magari se veniva a presentarsi in fiera…», confessa un produttore di tessuti. Anche lui preferisce restare nell’anonimato, anche lui medita di fare le valigie da Confindustria (così come Pontetorto: l’azienda di Montemurlo ha ormai una dimensione internazionale dopo l’ingresso dei giapponesi nella compagine societaria).

Nemmeno nei lanifici dunque si va tanto d’amore e d’accordo con la nuova famiglia allargata. C’è chi rivendica un peso maggiore del tessile nella rappresentanza ai vertici, chi punta il dito contro la vicepresidenza affidata a un imprenditore del settore alimentare (il pratese Andrea Tempestini). «Una volta – racconta un lanificio - quando l’Unione era davvero l’Unione, alle riunioni di sezione venivano 70 persone, ora a malapena ne vengono sette…». Nodi che vengono al pettine ora che quattro aziende hanno ufficializzato la defezione da Confindustria Toscana Nord. Ma c’è chi guarda di buon occhio il nuovo organismo: tra i primi atti dell’imprenditore Sandro Ciardi, che alla fine dell’anno scorso ha riacquistato la “sua” Dinamo, c’è stata l’iscrizione a Confindustria Toscana Nord. La quota associativa, nel suo caso, s’aggira intorno

ai 3mila euro: varia in base al numero dei dipendenti (la Dinamo ne ha dieci) e del fatturato. Ne vale la pena? «Decisamente, soprattutto per i servizi che danno alle imprese», commenta Ciardi. L'adesione “ideologica” è finita da tempo: ormai ci si associa soprattutto se funzionano i servizi.

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