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"Curtino" Malaparte cresciuto da una balia pratese

Prato, l'ex insegnante Silvana Santi Montini, legata da una parentela alla famiglia alla quale venne affidato il piccolo Erick, ricorda l'intreccio di rapporti affettuosi

PRATO. Chiamarlo solo scrittore e giornalista sarebbe riduttivo viste le innumerevoli attività che ha svolto. Curzio Malaparte, pur essendo stato messo da parte, è uno dei più grandi letterati del Novecento. Ma c’è un aspetto intimo, familiare, a tanti sconosciuto. Un mix particolare quello che Malaparte ha nel sangue: padre tedesco, madre lombarda ma lui nel Dna si sente pratese forse più di chi ha le sue radici che guardando l’albero genealogico affondano in città da tempi remoti. E sicuramente hanno contribuito a farlo sentire attaccato ancora di più alla sua città i coniugi Milziade Baldi ed Eugenia Grassi. «Il piccolo Erick pochi giorni dopo la nascita venne dato a balia a Eugenia che aveva perso un bambino appena nato, questo perché la madre di Malaparte non aveva il latte per nutrire il figlio».

A raccontarlo è la signora Silvana Santi Montini (nella foto), che nella vita è stata insegnante elementare. Nella sua bella casa di Prato parla, col cronista del Tirreno, del legame della famiglia del marito con Curzio Malaparte. «Mio marito Mauro, scomparso nel 2013, – ricorda la signora Silvana - era figlio di Ofelia Baldi primogenita di Milziade ed Eugenia, che tennero a balia Malaparte. Con loro ci fu un legame continuativo per tutta la vita, tanto che Malaparte considerava Milziade ed Eugenia come secondi genitori e con i fratelli e le sorelle di latte sentiva un rapporto come veri fratelli».

In “Fughe in prigione” Malaparte scrive: «Sono Baldi anch’io, in quanto il latte delle balie si muta in sangue nelle vene dei poppanti» ed ancora «Debbo a Mersiade, al suo esempio, al suo insegnamento, alla favola della sua vita, il lato sobrio e terragno del mio carattere. Debbo a lui se sono uomo in un certo modo, se sono toscano in un certo senso. Gli volevo bene come a mio padre, e lui certo mi voleva più bene che ai suoi quattro figliuoli». «Lo stesso scrittore – dice Silvana Santi – in una dedica a mia suocera scrive ‘All’Ofelia una sorella più che di latte’. La signora Santi ha sempre amato Malaparte come scrittore e forse nemmeno immaginava che un giorno avrebbe tenuto fra le mani le sue lettere autografe che ha ritrovato nei cassetti di casa e conservate da Ofelia Baldi, sua suocera, alla quale il fratello di latte scriveva quando era a Roma, in Francia o a Capri. Ecco come emerge il lato umano dello scrittore che si affezionò alla famiglia Baldi, ricambiato dallo stesso affetto. «Eugenia Grassi – racconta la signora Montini – morì nel 1937 e fu Malaparte a pagare le spese per la costruzione della tomba e fu lui stesso a scrivere l’epigrafe. Milziade, che lo scrittore chiamava affettuosamente Merziade o il Balio, morirà anziano.

C’è un episodio singolare che fa capire quanto quell’uomo volesse bene a quello che considerava suo figlio. Il 19 luglio 1957 Malaparte morì a Roma. La notizia arrivò subito a Prato e un gruppetto di persone si radunò a casa Baldi. Milziade vedendo quella confusione chiese cosa era successo. Gli dissero che Curtino (così lo chiamavano in famiglia) era morto. L’anziano esclamò che ora poteva morire anche lui. E si spense appena 11 giorni dopo la morte di Curzio Malaparte. Fu mia suocera Ofelia a raccontarmi questo particolare e sosteneva anche che Milziade volesse più bene a Curzio che ai suo quattro figli». Che oltre ad Ofelia erano Nella, Faliero e Baldo. Con quest’ultimo Curzio visse diversi anni insieme quando stava a Parigi. E tanto era forte il legame che Malaparte ospitò Milziade nella sua villa a Capri. In una lettera indirizzata ad Ofelia, lo scrittore racconta, in maniera simpatica, come Baldi si trovi benissimo sull’isola.

La signora Montini svela poi un altro lato di Malaparte, un lato che dovrebbe (condizionale d’obbligo) far parte di chi è giornalista: la curiosità. «Mia suocera – svela Silvana – mi diceva sempre che Curtino era molto curioso, chiedeva sempre e il Balio non si stancava mai di rispondergli». Sorride e le si illuminano gli occhi quando la signora Santi parla del marito, un uomo buono. «Pensi – dice – che quando Mauro era militare a Roma andò a trovare Malaparte che scrisse una lettera ad Ofelia dove raccontava di quell’incontro e di come mio marito camminava, parole dello scrittore, tutto intirizzito come una saltabecca e della divisa che indossava».

Fu Malaparte ad interessarsi affinché Mauro Montini non venisse trasferito a Napoli e ci riuscì, facendolo trattenere a Guidonia. Questo ed altri particolari sul legame Malaparte-famiglia Baldi sono raccolti nel libro “Il ‘balio’ di Malaparte” scritto da Silvana Santi Montini, Loriano Bertini, Franca Franchi Acuti e Antonio Mauro. Silvana Santi ha fatto quello che lei definisce il lavoro più bello del mondo: la maestra elementare. «E se nelle antologie non figura nemmeno un’opera di Malaparte – racconta l’insegnante - ai miei ragazzi di quarta e quinta ho raccontato chi fosse questo scrittore e ho portato in classe delle foto spiegando il legame che univa Malaparte alla famiglia di mio marito».

Nella libreria di casa Santi-Montini, un ripiano è dedicato ai libri di Malaparte: «Alcuni – afferma - li ho trovati nei mercatini dato che non erano più in commercio». C’è poi l’incontro tra la famiglia Montini e Maria Suckert, sorella di Malaparte. Dalla quale arrivò un rimprovero bonario alla signora Silvana per non essere stata avvertita della morte di Ofelia Baldi. «Tante volte avevo sentito il nome di Maria – ricorda Silvana – e rimasi colpita quando ricevetti la sua telefonata. Si disse molto dispiaciuta per la scomparsa di Ofelia e poi mi chiese di mio marito che conosceva fin da ragazzo e di mio figlio Stefano. Mi disse che avrebbe rivisto volentieri Mauro e che le avrebbe fatto piacere conoscere la sua famiglia. La prima volta andammo a casa sua a Bagno a Ripoli poi venne lei da noi a Prato. Era il 6 gennaio 1989».

Poi la signora descrive la sorella di Malaparte: «Era una donna alta e imponente – racconta - lo sguardo penetrante e curioso in contrasto con la voce leggera che correva in un mare di parole. Me la ricordo semplice e affabile, una persona che metteva a suo agio chiunque. Mi stupiva la sua naturale spontaneità e riflettendo sulla dolcezza del carattere e il brio che infondeva capii perché Curtino avesse una preferenza per questa sorella. In quell’incontro – prosegue nel racconto la signora Silvana – Maria Suckert rievocò l’amicizia e il rapporto fraterno con Ofelia e gli altri Baldi. Ci parlò di Curtino, della sua vita mondana e brillante, delle tante avventure e sventure, delle donne. E della malattia che lo portò alla morte, nella clinica Sanatrix a Roma. Parlò di se stessa – termina la signora Santi -

della propria famiglia, della vita, come se raccontasse una favola, tutta chiusa in un tempo veloce, piacevolmente vissuto insieme e partecipato coi Baldi tutti, in quelle che venivano considerate le maglie maestre di un intreccio importante».

(7 - fine)
 

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