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Il sindaco e il campione: l'incontro tra due reietti dell'Italia divisa

La storia di Alfredo Menichetti, l'industriale-comunista che fu primo cittadino di Prato nel dopoguerra e che fu scaricato dal partito dopo il 1948 dopo il telegramma inviato al repubblichino Fiorenzo Magni per la vittoria al Giro

PRATO. Era un padrone. Ed era comunista, un sindaco comunista. Un abbinamento che molti non gli perdonarono nell'immediato dopoguerra e che diventò una cambiale da pagare quando il clima politico cambiò nell'Italia del  1948. Allora Alfredo Menichetti, sindaco di Prato, fu consegnato prima alla derisione e poi all'oblio. L'occasione per metterlo al bando arrivò quando scrisse un telegramma a Fiorenzo Magni, un altro pratese (di Vaiano, per la precisione) reietto, nonostante la fama raggiunta nello sport più popolare di quegli anni. A Magni, il terzo incomodo negli anni del dualismo Coppi-Bartali (vincitore tra l'altro di tre Giri d'Italia e tre Parigi-Roubaix) non veniva perdonata l'adesione al fascismo e l'aver partecipato nelle milizie fasciste agli scontri con i partigiani sulle colline intorno a Prato. Quel telegramma incrocia le loro vicende e le accompagna in un comune destino di rimozione.

Walter Bernardi
Walter Bernardi

Alla figura di Fiorenzo Magni dedica ora un libro Walter Bernardi, filosofo, docente di storia della scienza e grande appassionato di ciclismo. Il libro, “Maglia rosa e camicia nera” uscirà prossimamente da Ediciclo Editore e con l'aiuto di documenti inediti farà chiarezza su quegli anni cruciali nella vita del campione vaianese. Nel libro emergono inoltre  tante altre storie di quell'Italia divisa e contrapposta, tra due visioni del mondo e del futuro, carica di odio e di rancori, e si ritaglia appunto uno spazio significativo anche la vicenda del sindaco industriale, Alfredo Menichetti.

Da operaio a industriale. Menichetti era un imprenditore che si era fatto da sé, una storia simile a tante altre nella Prato di allora. Originario di Barberino del Mugello, era arrivato con la famiglia anche lui a Vaiano, in Valbisenzio, da bambino. La scuola fino alla terza elementare, poi via a guadagnarsi il pane. Cominciò a lavorare al cantiere della Direttissima, poi diventò tessitore e cominciò il suo percorso nell'industria pratese. I primi telai in proprio alla Briglia, il salto a imprenditore con il lanificio a Prato in via Marini, una fabbrica a ciclo completo che riuniva tutte le lavorazioni: arrivavano gli stracci e le materie prime, uscivano le pezze di tessuto pronte per le confezioni. Un padrone con 150 dipendenti. Ma un padrone comunista. Menichetti era iscritto al Pci e diventò ben presto un caso per la politica pratese.  Lo attaccava don Milton Nesi, parroco di Coiano, protagonista del cattolicesimo sociale, dalle pagine dell'Osservatore Toscano, periodico della Curia. Per lui essere industriale e comunista era una contraddizione intollerabile, la polemica contro l'industriale-milionario era feroce. “Che fai nella tua fabbrica – gli chiedeva don Nesi – socializzi i mezzi di produzione?”  E Menichetti replicava sulle pagine pratesi del settimanale Toscana Nuova della federazione del Pci. “Io sono un industriale in una società capitalistica – spiegava – e devo rispettare le sue regole. Ma ciò non toglie che voglia contribuire a costruire una società più giusta in cui io stesso non sarò più un industriale, ma un tecnico che metterà a disposizione le sue capacità nella produzione”.

Il sindaco Alfredo Menichetti durante...
Il sindaco Alfredo Menichetti durante un comizio a Prato

Il Pci togliattiano.  “Sono gli anni della costruzione del Pci dopo la Guerra – ricorda Bernardi - Palmiro Togliatti apre il partito ‘operaio’ ai produttori e agli intellettuali. La figura di Menichetti incarna a sua modo quell'apertura”. Così nel 1946 l'industriale si vede proiettato al centro della vita politica cittadina. A marzo del 1946 si tengono le elezioni amministrative che vedono la conferma di Dino Saccenti, comunista, il primo sindaco pratese del dopoguerra, il sindaco del Comitato nazionale di liberazione. Ma a giugno si vota per l'Assemblea Costituente, Saccenti viene eletto e deve lasciare Prato per Roma. La federazione pratese del Pci si trova a dover scegliere in fretta un sostituto. Due i nomi favoriti. C'è Alberto Torricini, uno dei leader della Resistenza, segretario della Camera del lavoro, reduce dalla scuola di partito a Mosca. Insomma, un ortodosso, con tutti i requisiti giusti. Poi c'è l'emergente, il giovanissimo assessore Roberto Giovannini, poco più che ventenne, che però si tira indietro, non si sente pronto.

L’industriale diventa sindaco. Forse le anime del partito non si trovano d'accordo, forse qualcuno dall'alto suggerisce come l'industriale-comunista sia la figura giusta per promuovere gli obiettivi del partito togliattiano e per un distretto industriale da ricostruire, dopo le devastazioni della guerra. Fatto sta che, a sorpresa,  Menichetti viene eletto sindaco di Prato. La scelta sembra  rivelarsi giusta. Menichetti contribuisce a creare un clima di pace sociale. Niente scioperi, collaborazione tra padroni e operai, lavoro duro: la città risorge rapidamente, il miracolo della ripresa economica diventà realtà. Nel 1948 la città torna sui livelli produttivi anteguerra.

“Menichetti era indubbiamente un comunista sui generis – spiega Bernardi -  Si direbbe oggi un riformista, un azionista. Non dimentichiamo che fino al 1948 il Pci è diviso tra chi pensa che si debba andare al potere attraverso libere elezioni e chi pensa che si debba fare la rivoluzione usando le armi tenute da parte”.

Poi succede il ’48. Ma nel 1948 cambia tutto. Ancora una volta la grande storia irrompe a modificare anche la storia locale. “Il mondo si divide in due blocchi, comincia la guerra fredda, Stalin detta la linea ai partiti occidentali. Togliatti si barcamena fino al 18 aprile quando ci sono le prime elezioni politiche. E' un momento drammatico, si contrappongono due visioni del mondo e del futuro. La Dc vince, il Pci va all'opposizione e cambia il suo atteggiamento”.

Il Giro del 1948, rosa acceso. Pochi giorni dopo a Milano parte il Giro d'Italia che si conclude il 7 giugno con la vittoria di Fiorenzo Magni in un clima da guerra civile. Le divisioni della politica esplodono anche nel ciclismo. Fausto Coppi (idolo di gran parte dei comunisti, pur avendo sostenuto la Dc come Bartali alle elezioni) era il grande favorito, ma va in crisi e perde parecchi minuti.  Attacca e tenta il recupero nella tappa del Pordoi che scatena polemiche virulente per le spinte che avrebbero riportato avanti molti corridori attardati, tra cui Magni. Il Campionissimo, furibondo,  abbandona il Giro e ritira la sua squadra, la Bianchi. Magni è primo con 2'11” sul secondo, Ezio Cecchi, “lo scopino di Monsummano”, iscritto al Pci. Magni viene penalizzato di 2', ma gli restano 11” sufficienti per restare maglia rosa. Sarà il distacco più piccolo nella storia del Giro tra vincitore e secondo arrivato.

Fiorenzo Magni nel 1943 con la divisa...
Fiorenzo Magni nel 1943 con la divisa militare da artigliere

Un passo indietro sui monti. Magni, dal canto suo, è arrivato a quel Giro con un macigno sulle spalle. Nel 1947 ha subito un processo in cui era accusato di aver partecipato alla battaglia di Valibona (un poggio tra Prato e  Vaiano) dove vengono uccisi tre partigiani, tra cui il capo, Lanciotto Ballerini.  Magni viene assolto dagli omicidi in un processo in cui testimonierà a suo favore, anche Alfredo Martini, comunista ed ex partigiano, futuro ct della nazionale di ciclismo. Resta l'accusa di collaborazionismo da cui lo salva l'amnistia firmata nel 1946 da Togliatti, ministro della giustizia.

Alfredo Martini e Fiorenzo Magni in...
Alfredo Martini e Fiorenzo Magni in una foto di qualche anno fa

Anche il ciclismo si divide. Il Giro del 1948 si conclude a Milano in pista, al Vigorelli. Magni in maglia rosa vince anche l’ultimo sprint, ma dagli spalti piovono fischi e ortaggi. Per la prima volta nella storia della corsa, il vincitore non può fare il giro d'onore. Quel Giro viene raccontato da inviati molto speciali: Indro Montanelli per il Corriere della sera, Enzo Biagi per Stadio e Resto del Carlino. “Se Magni aveva dei peccati  li ha scontati oggi”, scrive Biagi. La polizia scorta il vincitore in lacrime fuori dal Vigorelli per evitare il rischio di aggressioni. Il sindaco di Milano, il socialista Alberto Greppi (attivo nella Resistenza, un figlio fucilato dai repubblichini) è così colpito da quel clima di divisione da sentirsi in dovere di organizzare  addirittura una sorta di festa della riconciliazione del ciclismo.

Magni impegnato nella contestata 17a...
Magni impegnato nella contestata 17a tappa Cortina d'Ampezzo-Trento al Giro d'Italia del 1948

Il telegramma della concordia. A Prato Menichetti cerca di fare qualcosa di analogo. Manda un telegramma (pubblicato sui giornali) in cui si complimenta a nome della città con il “pratese” Magni per la sua vittoria. (“A nome cittadinanza invioLe vivo compiacimento per sua bella vittoria sportiva che premia suoi sforzi e onora nostra città. Firmato: Menichetti sindaco. Prato”). Questo diventerà il pretesto per scaricarlo bruscamente. Dopo il 18 aprile la linea politica è cambiata. Il Pci è all'opposizione, il clima è pesante, gli scioperi si moltiplicano. Il 14 luglio c'è l'attentato a Togliatti, il Paese è sull'orlo della guerra civile e, come vuole la “vulgata”, la vittoria di Gino Bartali al Tour stempera gli animi.

Fiorenzo Magni in maglia rosa con...
Fiorenzo Magni in maglia rosa con Gino Bartali

E anche nel Pci pratese la temperatura è sempre più rovente. Alla fine di agosto Menichetti si dimette da sindaco. Parlerà di una decisione presa per motivi personali e non tornerà più sull'argomento, nonostante le sollecitazioni  della stampa cattolica che lo invita a uscire allo scoperto e mette in relazione le dimissioni con il telegramma a Magni. Ma lui tace, accetta le regole del centralismo democratico e, con dignità, non farà polemiche col partito. A settembre viene eletto Roberto Giovannini: sarà il sindaco più giovane d'Italia.

Un ex sindaco da cacciare. Anzi, da deridere. Ma qualcuno nel partito non dimentica o ha da prendersi qualche rivincita. Menichetti viene consegnato all'oblio o, peggio, alla derisione. Ne è prova la “leggenda metropolitana” del “per esteso” che in breve si diffonde (e ancora oggi qualche vecchio militante la ricorda) per dare l'idea di un sindaco inadeguato e ignorante. Si dice che quando dovette siglare la sua nomina a sindaco e il funzionario del Comune gli disse “si firmi per esteso”, Menichetti avrebbe scritto “mi firmo per esteso Alfredo Menichetti”. “Aneddoto di cui non c'è traccia in alcun documento – dice Bernardi - e che suona poco credibile per una persona che aveva fatto sì solo la terza elementare, ma che aveva una cultura da autodidatta e aveva scritto e pubblicato sui giornali  numerosi interventi (anche autografi) mostrando buona dimestichezza con l'italiano e lucidità di pensiero”.

Ma la fola circola e si propaga e viene usata forse da chi intende così “gestire il problema Menichetti”. Nel 1955 l’ex sindaco verrà espulso dal partito, quasi in silenzio. Lui si ritira in buon ordine dalla politica  e si dedica all'azienda, aprendo la nuova fabbrica di Grignano. “Dove, peraltro, il sindacato gli farà la guerra con scioperi e occupazioni anche violente che lo amareggeranno - ricorda Bernardi -  Ormai è collocato tra gli avversari-nemici, nei suoi confronti c'è una diffusa animosità nel partito”. Morirà a 85 anni nel 1985.

Poche tracce. A Prato l'unica traccia che ricorda Menichetti è una stradina senza sfondo al macrolotto che gli è stata intitolata, vicino a dove sorge la fabbrica dei suoi nipoti. A Magni, morto nel 2012, è andata anche peggio: il Comune di Vaiano gli ha negato anche la dedica di un pezzetto di pista ciclabile.

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