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Giangrande: Ai ragazzi ora insegno la speranza

Giangrande: "Ai ragazzi ora insegno la speranza"

Il maresciallo dei carabinieri ferito gravemente nell'attentato di Palazzo Chigi parla della sua "seconda vita"

PRATO. Una siepe e un pezzo di cielo. Questo vede il maresciallo Giuseppe Giangrande dal letto della sua casa di Prato, accanto alla ferrovia, dove è confinato ormai da quattro anni, da quel maledetto 28 aprile 2013 quando fu raggiunto da un colpo di pistola esploso da Luigi Preiti davanti a Palazzo Chigi mentre giuravano i ministri del governo Letta. Un pezzo di cielo, History Channel in tv e una siepe, ma Giuseppe guarda oltre la siepe e non ci vede il buio, non si piange addosso. Piuttosto pensa al futuro dei giovani, ai quali avrebbe qualcosa da raccontare. Per questo ha cominciato ad andare nelle scuole. Lo ha fatto lo scorso 28 marzo all’Istituto Rodari di Prato insieme al ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli e al comandante generale dell’Arma Tullio Del Sette, lo ha fatto di nuovo a maggio a Montemurlo, poi Montevarchi, San Giovanni Valdarno.

Giangrande pensa ai giovani e a come arginare la cosiddetta “fuga di cervelli”, o semplicemente di persone. «Con loro si parla di vita - dice - di realtà, di quello che troveranno fuori una volta finiti gli studi. A loro dico che non si perdano d’animo se incontreranno ostacoli, che non scappino all’estero ma restino in Italia, che sviluppino qui le loro potenzialità. All’estero non ti regalano nulla, poi torni e ti accorgi che non ti sei costruito un futuro. Lo Stato purtroppo non li aiuta, manca una legge sul tirocinio, ci sono solo sgravi fiscali, bisognerebbe fare di più».
Il maresciallo Giangrande ha nostalgia per il servizio di leva obbligatorio, lui che a nemmeno 18 anni era già alla Scuola allievi carabinieri di Iglesias: «Sì, sono favorevole al ripristino della leva. I giovani escono dalle famiglie e incontrano altri giovani, altri modi di pensare. Crescono». E invece quelli che vede in tv o per strada non lo convincono: «Sono attaccati ai telefonini, non si può pensare di perdere la vita a 14 anni per farsi un selfie, la tecnologia usiamola per altre cose».

Di sé Giangrande parla con parsimonia, misura le parole, scansa la retorica. «Questa per me è una seconda vita. Sono stati due anni e mezzo molto difficili dopo l’incidente (sì, per lui è stato un infortunio sul lavoro, ndr). Finivo una terapia e ne iniziavo un’altra. Ora comincio a respirare, riprendo le forze, ma mi rendo conto che c’è anche tanta burocrazia, servizi che non vengono dati dall’Asl, assistenti sociali che dispongono quello che si può avere o non avere, palestre per la fisioterapia fatiscenti. E vedo quello che non vedevo prima: barriere architettoniche, strade colabrodo, marciapiedi dove la carrozzina rischia di ribaltarsi».

Per lui la stella polare rimane l’Arma: «Mi sono stati sempre accanto, quelli di Prato e quelli di Roma, una seconda famiglia. Se chiamo si mettono a disposizione e stravedono per Martina (la figlia che pochi mesi prima del ferimento di Giuseppe aveva perso la madre, ndr). Il generale Gallitelli la voleva arruolare ma io gli dissi “Generale, non mi faccia rincorrere mia figlia in giro per l’Italia” e non se n’è fatto di niente. Lei ora deve riprendersi la sua vita». Però se dovesse dare una dritta a uno di quei giovani a cui consiglia di non scappare all’estero, non esiterebbe a indicare il lavoro che lui ha fatto fino a quattro anni fa. «Fare il carabiniere - dice - non è soltanto andare di pattuglia sulle strade o fare ordine pubblico. Ci sono tante altre cose che possono dare soddisfazione a chi ha voglia di impegnarsi».

Dei tanti che sono andati a trovarlo in questi quattro anni, Giangrande ricorda soprattutto l’ex premier Enrico Letta e il ministro della Difesa Roberta Pinotti: «Due esseri umani prima ancora che due politici». Con Letta si sente spesso al telefono, ma i veri amici sono gli ex colleghi, quelli che gli hanno regalato una pergamena con queste parole: «Qualcuno dice che gli amici sono come gli ombrelli, quando piove non si trovano mai… Tranquillo Giuseppe, potrà anche diluviare ma di certo tu non ti bagnerai mai».

L’affetto di amici e conoscenti, oltre alla vicinanza di Martina, è una delle poche cose in grado di fargli sopportare quella che è diventata la sua condizione dopo un periodo a Firenze, l’impegno in Abruzzo e 13 anni sulla strada a Prato, prima del ritorno a Firenze, dove ha prestato servizio dal 2009 fino a quella mattina di aprile del 2013, quando fu comandato al servizio di ordine pubblico davanti a Palazzo Chigi e andò incontro al suo destino. «Fa piacere quando

esci e la gente si ricorda di te, ti saluta, non si è dimenticata di quando mi incontrava in divisa e mi ringrazia». Questo gli resta: il ricordo di chi ha condiviso il suo impegno sul lavoro e un sereno sguardo sul futuro, oltre quella siepe che è diventata il suo orizzonte quotidiano.

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