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"Mio padre rapito e ammazzato dai banditi. Così a 4 anni scoprii il male"

Quarant'anni fa il rapimento e l'uccisione di Piero Baldassini, uno choc per Prato. Per la prima volta parla il figlio Lorenzo, che oggi fa l'avvocato: "Perché questa storia non si può risolvere con un perdono"

PRATO. Sono passati quasi 40 anni da quando Piero Baldassini venne rapito dai banditi a 300 metri dal cancello della villa di Gonfienti. Dentro casa, quella sera di novembre del 1975, ad attenderlo c'era anche Lorenzo, il figlio di 4 anni. Quell'attesa fu una finestra sul vuoto. Lorenzo non avrebbe mai più rivisto suo padre, il cui cadavere venne trovato più di tre anni dopo in fondo a una cisterna. Lorenzo Baldassini oggi è un avvocato, lavora nello studio di Giannetto Guarducci, uno dei due legali che seguì per la famiglia la vicenda del sequestro. Fu lui ad andare all'appuntamento con i banditi per consegnare i 700 milioni del riscatto. Dopo 40 anni, per la prima volta, Lorenzo Baldassini accetta di parlare di quella tragedia che sconvolse la sua famiglia e fu uno choc per Prato.

Piero Baldassini
Piero Baldassini

I ricordi di un bambino. «Non ho ricordi netti. Semmai odori, sensazioni. I pomeriggi in penombra nella casa del nonno diventata silenziosa, un'atmosfera ovattata, come sospesa in attesa di una telefonata. Ma ho saputo tutto quasi subito. In un primo momento fui mandato nel Valdarno dai nonni materni. Mi dissero che il babbo era andato in America e che sarebbe tornato presto. Poi fu chiaro che questa risposta non poteva reggere a lungo. Mia madre mi portò da una psicologa che mi fece fare un disegno della famiglia: disegnai una pecora, l'agnellino e il pecorone zoppo. La psicologa consigliò di dirmi la verità, con tutte la cautele. Così sono sempre stato al corrente di quello che era successo. Mi sono costruito intorno a questa storia».

Il titolo del Tirreno quando fu...
Il titolo del Tirreno quando fu ritrovato il cadavere di Baldassini

Il male. Il primo impatto duro per Lorenzo è la scoperta del male, della morte. «E' un momento che arriva per tutti, prima o poi. Per me arrivò molto presto. Dovetti confrontarmi con l'idea che il male esiste e agisce nel mondo, che ci può essere qualcuno che ti odia e vuole farti male. C'è voluto del tempo per trovare la serenità». Ma poi basta poco perché quella serenità si incrini. «C'è una cassetta audio registrata con la voce di mio padre mentre gioca con me. L'ho ascoltata trent'anni dopo ed è stata una fucilata. Era una voce che conoscevo, come se fosse nascosta da qualche parte nel mio inconscio, ma che non sapevo legare a nessuna figura, disincarnata. Non l'ho mai più voluta ascoltare».

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Mio padre. «Di mio padre ho ricordi vaghi, i ricordi veri si sovrappongono ai racconti successivi. Ma in famiglia non ne abbiamo mai fatto un santino. Mi sono fatto raccontare di lui i pregi e i difetti. In casa c'è una scatola con i ritagli dei giornali. La mamma e la nonna li raccolsero per me, pensando che se un giorno avessi voluto farmi un'idea di cosa era successo lì avrei potuto trovare un po' di notizie. E' la mia scatola della memoria».

I banditi. «Non ho mai cercato di sapere di più sui banditi, su chi l'ha ucciso. So che alcuni di loro sono morti in carcere. Anche Giovanni Piredda, il capo della banda, che secondo il racconto del pentito Buono fu quello che sparò a mio padre. Ogni tanto mi arrivavano richieste di perdono, in relazione a sconti di pena e richieste di grazia. Ho sempre detto di no. Non mi pare che questa storia si possa risolvere con un perdono. Anche perché le nostre vite sono cresciute intorno a questo palo. Chi si è fermato (mia nonna praticamente non uscì più di casa), chi si è chiuso, chi è cresciuto. Come si fa ad annullare tutto e dire “se non ci fosse stato”? Significherebbe cancellare un po' anche noi stessi. Le nostre vite sono state la conseguenza di quel fatto».

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L'autunno del patriarca. La morte del padre rafforzò il rapporto con il nonno, Dino Baldassini, il capostipite della famiglia, l'ex operaio che aveva creato dal niente un impero economico. «Mio nonno era un patriarca, l'uomo solo al vertice, secondo un'organizzazione gerarchica tipica di quegli anni». Operaio alla cementizia a 14 anni, poi operaio tessile, prima di diventare imprenditore. Ex partigiano, lo chiamavano l'industriale rosso perché non aveva mai ripudiato la sua simpatia per il Pci («ho una foto in cui lo si vede sfilare in corteo tra le bandiere rosse»). «Ma la democrazia finiva al momento delle decisioni. Quelle le prendeva da solo. E in famiglia era lo stesso. Si mangiava schierati in formazione: a capo tavola lui, al fianco la moglie e il figlio maggiore, io e mia madre, e via via gli altri a seguire. La regola era che si mangiava insieme a mezzogiorno e alle 19, cascasse il mondo, ci fosse pure il presidente della Repubblica in visita. L'impronta era quella della cultura contadina».

Piero Baldassini (il primo da destra)...
Piero Baldassini (il primo da destra) con la moglie Ginetta (la prima da sinistra) e il piccolo Lorenzo al matrimonio del fratello Paolo Baldassini

Dino Baldassini è morto nel 2002 a 92 anni, ma era già un'altra persona. Il Dino imprenditore incontenibile aveva ricevuto un colpo mortale quella sera di novembre del 1975, quando gli portarono via il figlio primogenito. «Nel suo disegno, mio padre Piero era il predestinato a succedergli nella gestione dell'azienda e lo stava già facendo. Morto lui, era convinto che sarebbe toccato a me». E considerò definitivamente conclusa la sua storia dopo un pranzo di famiglia nel 1990, quando Lorenzo annunciò al nonno che avrebbe fatto l'avvocato e non l'imprenditore. Il resto fu dovere e sopravvivenza. Quel pranzo va raccontato. «Lo ricordo come se fosse ora. Avevo 18 anni, stavo finendo il liceo e dissi a mio nonno che mi sarei iscritto a Legge, che avrei fatto l'avvocato e non l'imprenditore. Stavamo mangiando i tortellini in brodo». Dino si ferma con il cucchiaio a mezza altezza tra la bocca e la scodella per un tempo infinito, nel silenzio dei presenti, come in una sospensione del tempo. Quando la pellicola riparte il patriarca chiede permesso e si alza da tavola. Torna dopo cinque lunghissimi minuti e pronuncia la sentenza: “Allora, da adesso si comincia a liquidare tutta l'attività”. Dopo una vita passata a costruire, in quel momento ha capito che non ha più senso continuare a correre. «Quella frase è stato il regalo più bello che mi potesse fare. Ha preso atto della mia decisione e mi ha liberato dall'impegno che aveva previsto, dal suo investimento sul mio futuro. Gliene sono grato».

Da lì cominciò la vendita dei terreni di Gonfienti, il feudo della famiglia («”il mio Texas”, come lo chiamava lui»), dove c'erano anche la fattoria e la villa in cui viveva il figlio Piero e dove Dino contava di riunire un giorno tutta la famiglia. Poi sarebbe seguito il lento e progressivo ridimensionamento dell'attività industriale. «Fino a pochi mesi prima di morire era in fabbrica tutte le mattine alle 5. Ma è chiaro che da quel pranzo ha cominciato a chiedersi: per chi lo faccio? Per uno come lui abituato a mettere in campo un progetto dopo l'altro, a pensare sempre a cosa fare domani è come se fosse venuto a mancare il terreno sotto al passo successivo. La sua corsa si è fermata».

NIncheri: il mio ricordo di Piero Alberto Nincheri è nato e ha vissuto nell'ex fabbrica Baldassini, dove il padre lavorava come portiere e factotum di Dino. Per lui Piero era come uno "zio"L'ARTICOLO

La morte di Dino. «Aveva avuto un infarto due anni prima. Dall'inizio del 2002 era affaticato, non andava più in fabbrica. Aveva cominciato a vedere il traguardo della morte. Un giorno ne parlammo e gli chiesi come voleva essere “sistemato”, se aveva delle preferenze. Mi disse che voleva essere avvolto semplicemente in un lenzuolo bianco. Senza vestiti? “Sì nudo in un lenzuolo bianco - mi disse - Perché le tasche le ho avute tutta la vita e non le voglio più. Di là non servono». In quella scelta c'era forse il desiderio di liberarsi di ogni legame col denaro. Quel denaro che gli aveva dato tanto, ma che gli aveva tolto la persona più cara. «Ma anche la volontà di portare di là solo Dino, di prendere la distanza dalle cose. Quella frase è uno dei suoi ultimi regali».

L'ex fabbrica Baldassini in via...
L'ex fabbrica Baldassini in via Ceccatelli

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