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Le aziende cinesi le mette in regola il committente

Il progetto, innovativo per Prato, è partito dalla confezione Cunningam. L’obiettivo è estenderlo ad altri pronto moda del distretto

PRATO. Se i laboratori cinesi della confezione d’abbigliamento non si mettono in regola, a farlo per loro ci penseranno i committenti pratesi. E’ questo il cuore del progetto di emersione dall’illegalità sottoposto allo studio delle istituzioni cittadine affinché diventi un modello di integrazione economica da estendere a tutto il distretto. Un lavoro portato avanti da Ali, associazione di imprese, insieme a Gianluca Banchelli, grazie all’esperienza maturata come direttore di produzione dell’azienda di abbigliamento Cunningam, che ha sperimentato questo sistema sulla propria pelle.

"A Prato c’è un problema: la filiera della confezione è monopolizzata dai terzisti cinesi, la maggior parte dei quali lavora nell’illegalità – spiega Banchelli – per cui, operando in un sistema contoterzi, che affida all’esterno intere fasi di lavorazione come la cucitura degli abiti, non avevamo altra scelta che quella di convincere i laboratori con cui collaboriamo a mettersi in regola. E poiché non lo facevano, ci abbiamo pensato noi pagando di tasca i professionisti della sicurezza (25mila euro a magazzino)". La risposta da parte delle aziende cinesi però non è stata immediata.

"Ci sono difficoltà di natura linguistica e culturale che vanno superate - sottolinea - questo ha richiesto un lavoro di affiancamento nei laboratori cinesi, per controllare la produzione, verificare l’idoneità dei magazzini, controllare la regolarità degli operai e dei contratti di lavoro. Alla fine ne abbiamo selezionati tre che hanno accettato le condizioni a fronte di una contropartita che consiste nella garanzia della commessa. Adesso hanno persino l’aria condizionata e lavorano nel rispetto delle norme". Quella della confezione pratese "è stata prima di tutto una necessità" , ma la sua ricetta potrebbe diventare un modello per l’emersione.

"L’obiettivo è quello di convincere l’amministrazione comunale a mettere a disposizione dei finanziamenti da destinare ai committenti che intendono regolarizzare i laboratori cinesi con cui lavorano, sulla base di un disciplinare, da noi redatto, che garantisce la certificazione della qualità e della sicurezza della filiera - spiega - in questo modo si raggiungerebbe un duplice scopo: far emergere dall’illegalità, che interessa una fetta consistente del distretto cinese della confezione d’abbigliamento; rimettere in moto l’economia con l’attivazione di una serie di professionisti, tecnici della sicurezza e imprese edili che sarebbero coinvolti nell’operazione di messa a norma delle strutture".

L’interesse dei laboratori cinesi, a cui viene affidata generalmente la cucitura dei capi, è quello di garantirsi la committenza e inserirsi in una fascia più alta staccandosi da quella a bassissimo costo dei loro connazionali. "Calcolando che ogni confezione usufruisce del servizio di 2-3 laboratori terzisti - dice Banchelli - con un finanziamento di un paio di milioni di euro da distribuire tra 120 imprese, si può arrivare a regolarizzare circa trecento laboratori in un anno e mezzo" . "L’amministrazione si è dimostrata interessata - conferma Daniele Spada, direttore di Ali – la difficoltà maggiore al momento è quella di reperire i fondi, dopodiché, se il progetto

verrà valutato positivamente, si cercherà di individuare la formula più corretta per erogare il finanziamento". Alla fine del processo di regolarizzazione riassunto in una serie di requisiti contenuti nel disciplinare si otterrà un bollino blu che equivarrà a una certificazione.

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