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Rogo alla Teresa Moda, l'avvocato dell'Inail: "Una strage annunciata"

Giuseppe Quartararo al processo in corso contro i confezionisti cinesi ha sostenuto che l'impianto elettrico dell'azienda "era in condizioni disastrose" e ha chiesto danni per un milione 651mila euro. Mezzo milione il risarcimento chiesto per quattro parenti delle vittime

PRATO. La tragedia della confezione Teresa Moda, l’incendio del 1° dicembre 2013 in via Toscana (oggi ricorre l'anniversario) dove persero la vita sette operai cinesi, era prevedibile secondo l’avvocato Giuseppe Quartararo, il legale di parte civile che assiste l’Inail nel processo per omicidio colposo plurimo e violazione dolosa delle misure di sicurezza contro i tre imprenditori cinesi Lin Youlan, Lin Youli e Hu Xiaoping accusati di essere i gestori di fatto della ditta.

L’avvocato Quartararo ha fatto riferimento alle condizioni di sicurezza, in particolare all’impianto elettrico “in condizioni disastrose”. Secondo l’avvocato Quartararo l’abitudine di cambiare ragione sociale alla confezione ogni due anni non era funzionale solo all’evasione fiscale, ma anche all’elusione delle responsabilità sulla sicurezza. “Gli imputati non erano arrivati ieri - ha detto - Stavano in Italia da venti anni e sapevano come funzionavano le cose”.

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Quartararo ha parlato esplicitamente del “sistema Jei Mei”, letteralmente sorella maggiore e minore (le due Lin), per spiegare come funzionava la gestione della Teresa Moda. “E’ pazzesco - ha aggiunto il legale - che a distanza di quattro mesi gli imputati si stessero già dando da fare per aprire un’altra attività”. L’avvocato dell’Inail ha cercato di smontare la tesi dell’imputato unico (Lin Youlan) sostenuta dalla difesa. Secondo Quartararo la sorella Youli e il marito di questa Hu Xiaoping sono pienamente coinvolti nel reato.

“Oggi cade l’anniversario dell’incendio - ha detto l’avvocato - E il miglior modo per ricordare quei sette morti è fare giustizia”. Infine il legale dell’Inail ha chiesto danni per 1.651.000 euro (la cifra già erogata dall’Inail ai parenti delle vittime), un risarcimento provvisionale di 800.000 euro, oltre alle spese di procedura e altri danni extrapatrimoniali per 200.000 euro.

Un’impostazione, quella di Quartararo, accolta integralmente dall’avvocato Armando Gattai, parte civile per la Cgil, che ha definito agghiacciante un’intercettazione telefonica nella quale Lin Youlan dice al suo interlocutore: “Quell’operaio ha sbagliato. Invece di andare verso l’uscita è andato verso le scale. Ha scavato, se scavava ancora riusciva a uscire”. Gli operai della Teresa Moda, ha detto il legale della Cgil, erano tenuti a essere sempre a disposizione dei datori di lavoro, e in cambio non ricevevano né un giusto stipendio, né il rispetto delle norme di sicurezza. Se anche non ci fossero tutte le norme specifiche a tutela dei lavoratori - ha aggiunto - bisogna comunque fare riferimento ai principi stabiliti dalla Costituzione".

Gattai ha ricordato le lotte del sindacato nell’ultimo secolo per sostenere che quanto accaduto in via Toscana ha rappresentato un danno per il sindacato, in termini di effetto di sfiducia. “Qualcuno ci chiederà dov’era il sindacato in questi anni - ha detto Gattai - Io assisto la Cgil da vent’anni e so che le porte dei capannoni delle confezioni sono chiuse, nessuno parla italiano ed è difficile capire chi è il padrone. Com’è possibile avere relazioni sindacali con questo tipo di aziende? Questo sistema è un cancro che ha colpito la nostra città e deve essere eliminato”. L’avvocato ha chiesto un risarcimento danni di centomila euro per la Camera del lavoro Cgil, con una provvisionale di 50.000 euro.

“Perché gli imputati ci prendono in giro?” ha detto l’avvocato Tiziano Veltri, parte civile per quattro familiari delle vittime. “Perché ci vengono a dire che non parlano italiano?”. L’avvocato ha citato intercettazioni in carcere nelle quali le due sorelle Lin dimostrerebbero di comprendere perfettamente l’Italiano. E ha aggiunto che le sorelle Lin, sempre in base a intercettazioni, parlando coi parenti delle vittime, dicono che pagheranno i risarcimenti solo se questi lasceranno liberi i locali del pronto moda di via Val d’Aosta, dove si erano accampati, e toglieranno le foto dei loro morti. “Quello versato ai familiari delle vittime - ha detto l’avvocato Veltri - non è un risarcimento. Quella gente non aveva i soldi per mangiare. Non li hanno risarciti, li hanno presi per il collo”. Per questo Veltri ha chiesto un risarcimento di complessivi 513.000 euro per i suoi quattro assistiti.

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