Menu

Blitz contro le aziende fantasma, indagati anche tre contabili pratesi

Duecento finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Prato in azione in cinque regioni, 17 i titolari di imprese cinesi indagati, scoperti oltre 10 milioni di evasione su un totale di mille aziende controllate. Ecco chi sono i "colletti bianchi" italiani

PRATO. Ottantamila buste paga false, mille aziende controllate nel corso di due anni, duecentomila intercettazioni telefoniche, centinaia di falsi documenti per realizzare un’evasione fiscale stimata in dieci milioni di euro. Sono gli impressionanti numeri di un’inchiesta condotta dal sostituto procuratore Laura Canovai e dalla guardia di finanza di Prato che al momento vede indagati 17 imprenditori cinesi e tre professionisti pratesi, un contabile e due consulenti del lavoro, quelli che, con le parole del colonnello Gino Reolon, comandante provinciale delle Fiamme gialle, fornivano a pagamento “consigli furbetti” agli imprenditori orientali. Si tratta di Giuseppe Novanzi - 72 anni, conosciuto come Sauro e titolare dell’omonimo studio di elaborazione dati di via Pistoiese 92, forse il più attivo con la comunità cinese di Prato – e del consulente del lavoro Vincenzo Laezza, 38 anni, che non a caso lavora anche lui al 92 di via Pistoiese. Il terzo indagato italiano è una donna di 42 anni, consulente del lavoro, che ha lo studio nella stessa zona.

(qui sotto il procuratore capo facente funzioni Antonio Sangermano e il sostituto Laura Canovai)

n

"E’ il sistema Prato” ha sintetizzato efficacemente il procuratore capo facente funzioni Antonio Sangermano, ricordando come gli ingredienti di quest’inchiesta siano gli stessi di altre indagini simili che hanno fatto emergere la complicità di colletti bianchi italiani al servizio di imprenditori che hanno sostanzialmente due esigenze: intestare le aziende a prestanome per sfuggire alle conseguenze di comportamenti illeciti; fare carte false per favorire il rilascio o il rinnovo di permessi di soggiorno per la manodopera.

Ingredienti simili sì, ma in questo caso usati in maniera molto più massiccia e forse ancora più spregiudicata che in passato, come si capisce da un aneddoto raccontato da uno degli inquirenti: nel corso delle indagini i finanzieri del Nucleo di polizia tributaria si sono imbattuti in una ditta individuale aperta e chiusa nel giro di poco tempo ma che, dopo la cessazione, ha continuato ad assumere dipendenti. Non solo: il cinese titolare della ditta è risultato dipendente di un’altra società. “Sì – commenta il sostituto Canovai – Ci siamo trovati di fronte a veri “mostri societari”, forse anche perché le banche dati dei singoli enti non si parlano abbastanza”. Come spiegare altrimenti, altro particolare riferito dagli inquirenti, che nel corso delle indagini non sia stata quasi mai trovata una società che avesse un effettivo titolare, ma solo prestanomi?

(Le dichiarazioni del colonnello Gino Reolon, comandante provinciale della Finanza)

Questo pare il nocciolo dell’inchiesta: esistono centinaia di aziende cinesi che sono intestate a persone di fatto irreperibili, e i veri titolari possono così sperare di sfuggire alle ricerche dell’Agenzia delle entrate, degli ispettori dell’Asl o anche a una semplice multa. Insomma esiste un titolare di fatto, che sta nell’ombra, e un titolare di diritto, irreperibile. “Ci è capitato più volte – spiega il tenente colonnello Bruno Baldini, comandante del Nucleo di polizia tributaria – di andare a cercare il signor X in un’azienda e sentirci rispondere che faceva il turno pomeridiano”. Poi, ascoltando le intercettazioni telefoniche, i finanzieri sentivano i “consigli furbetti” del professionista pratese che diceva al confezionista cinese di dichiarare che aveva già licenziato il signor X.

Uno dei numeri che più impressionano nell’inchiesta è quello delle 80.000 false buste paga, che secondo gli investigatori venivano preparate da uno o più degli studi professionali pratesi coinvolti al costo di 30-35 euro, che è quello di mercato. Il guadagno infatti non sarebbe nel sovrapprezzo dell’illecito, ma nel numero di documenti redatti. Buste paga che, quando dovevano essere presentate in Questura dichiaravano uno stipendio alto (per rientrare nei parametri del permesso di soggiorno) ma quando dovevano finire all’Agenzia delle entrate dichiaravano uno stipendio basso (per non pagarci troppe tasse). E qui si ritorna alle banche dati che non si parlano…

L’indagine è iniziata due anni fa e ha riguardato alla fine un migliaio di società condotte da cinesi. Stavolta però sono state disposte le intercettazioni telefoniche, e queste si riveleranno fondamentali nel prosieguo dell’inchiesta, che ovviamente non è finita. Una decina di giorni fa duecento finanzieri hanno eseguito una cinquantina di perquisizioni in cinque regioni italiane (si cercavano anche i prestanome, quasi mai trovati) e secondo il sostituto Canovai, i documenti sequestrati confermano le ipotesi della Procura.

I reati contestati a vario titolo agli indagati sono il favoreggiamento dell’ingresso e della permanenza di clandestini sul territorio nazionale, la creazione e presentazione di documenti falsi per il rilascio o il rinnovo dei permessi di soggiorno, il furto (in relazione alla sottrazione di macchinari sequestrati), ma anche l’evasione fiscale, stimata in 10 milioni di euro. Su questo ultimo versante si attendono ulteriori sviluppi e le Fiamme gialle si stanno già attrezzando per tentare di recuperare parte

del maltolto, con sequestri preventivi o “per equivalente”.

La posizione degli avvocati della difesa

I COMMENTI DEI LETTORI

TrovaRistorante

a Prato Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NARRATIVA, POESIA, FUMETTI, SAGGISTICA

Pubblica il tuo libro