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Quando Margherita Hack diceva: «Non me ne frega niente di morire»

Gli ultimi giorni della grande astrofisica nel ricordo dell’amico Marco Morelli, direttore del museo di Scienze planetarie di Prato, col quale ha scritto a quattro mani l’ultimo libro che uscirà postumo, intitolato “Siamo fatti di stelle”

Margherita guarda il mare da una panchina affacciata sul golfo della sua Trieste. Il capo chino, il corpo curvo e l’espressione attenta nel seguire il filo di un discorso. A un tratto alza la testa, un concetto la risveglia, una frase non le torna. Gli occhi azzurri scintillano tra i capelli arruffati, lo sguardo dolce e fermo si rivolge verso il suo interlocutore e si accende di ironia, come a dire: ma che cavolo stai dicendo?

AUDIO: IL RICORDO DELL'AMICA GIULIA BENELLI

È una delle ultime immagini di Margherita Hack, la grande astrofisica morta oggi all’età di 91 anni, raccolta da un suo grande amico, il direttore del museo di Scienze planetarie di Prato, Marco Morelli. Con lui, Margherita Hack ha scritto l'ultimo libro, la cui versione definitiva è stata consegnata all’editore appena un paio di settimane fa. S’intitola “Siamo fatti di stelle - dialogo sui minimi sistemi” e sarà pubblicato ai primi di settembre da Einaudi.

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Che libro è questo "Siamo fatti di stelle"?
«È un dialogo tra Margherita Hack e me, una specie di biografia scritta a quattro mani. Un compendio della sua vita e delle sue idee in forma di dialogo. Affronta argomenti non solo scientifici ma sconfina nella filosofia, nella spiritualità e nell’impegno civile che ha segnato così profondamente la vita di Margherita».

Quando l’ha incontrata per l’ultima volta?
«Appena due settimane fa. Sono andato a trovarla a Trieste. E si vedeva che stava male: l’ho trovata stanca e affaticata. Due giorni dopo l’ho chiamata per sapere come stava. Mi ha detto: “Marco, non so come va a finire. Stavolta me la sento...”. Qualche giorno dopo l'hanno ricoverata. È stata fino all’ultimo giorno legata alla sua vita. Ma era una che anche alla vita dava il giusto peso».

Qual era il giusto peso della vita secondo la Hack?
«Le faccio un esempio. I medici le avevano consigliato tempo addietro di sottoporsi a un intervento al cuore. Lei aveva rifiutato perché non ci teneva a prolungare anche di qualche anno la sua esistenza tra cure dolorose, magari su un letto di ospedale. Ha voluto fare fino alla fine ciò che amava. Certo, si lamentava dell’affanno e di non poter più andare in bicicletta. Ma ha vissuto a modo suo fino all’ultimo».

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La morte non la preoccupava.
«Credo che più della morte, si preoccupasse per suo marito Aldo. Tra loro esisteva un legame straordinario, simbiotico, incredibilmente forte. Non ho mai visto due persone amarsi e dedicarsi l’uno all’altra con tanta fiducia, dedizione, profondità. Erano come una cosa sola, nella vita e nel lavoro. E lui le è stato accanto fino all’ultimo».

margheritaA cosa stava lavorando la Hack negli ultimi tempi?
«Al nostro libro e a un altro testo sul nostro Paese che non è riuscita a concludere».

IL RITRATTO Margherita, l'amica delle stelle

Di lei si ricorda l’impegno infaticabile nella vita civile. Cosa scriveva in questo libro sull’attualità italiana?
«Margherita aveva un punto di vista molto critico sulla deriva morale dell’Italia. Ripeteva che la nostra classe dirigente era attraversata da troppi secondi fini, interessi di parte, corruzione. Ma credeva che la società italiana si sarebbe presa la sua rivincita sulla furbizia e sulla disonestà. Aveva fiducia che gli italiani sarebbero riusciti a riscattarsi e a riappropriarsi del loro futuro».

Scorgeva segni di miglioramento?
«Non credo, anzi: si rammaricava di non vederne. Ma aveva fiducia nel popolo italiano».

Negli ultimi mesi di vita, si era riavvicinata alla religione?
«Margherita è sempre stata una grande atea ed è rimasta fino all’ultimo fedele alla sua linea. Negli ultimi tempi la sua posizione si era forse ammorbidita, diceva che in effetti non è dimostrabile neanche l’inesistenza di Dio e che la religione ha un'importanza nella società, perché è comunque radicata nei valori e può avere una funzione consolatoria, di sostegno per le persone. Così la prendevo in giro: “Margherita, si sente che hai paura di morire...”. Lei mi rispondeva: “Tranquillo, a me di morire non me ne frega niente”».

Parlava della sua infanzia?
«Parlava spesso di quando suo padre la portava a raccogliere i gusci sulla spiaggia di Castiglioncello. Il suo legame con il litorale toscano era molto forte e presente nei suoi ricordi. Insieme alla passione per il mare, aveva una parte "acquatica". Diceva che il mare era bello, ma che le stelle lo sono molto di più».

Se ripensa a Margherita Hack, quale immagine le torna in mente?
«La rivedo seduta su quella panchina a Trieste rimproverarmi con i suoi occhi splendidi perché avevo detto qualcosa

che non le tornava: il suo era sempre un rimprovero allegro, ironico, una presa in giro insomma. E poi la rivedo nel suo studio, curva sui libri accanto alla finestra, circondata dai gatti e dall’amore del suo Aldo. Questa era lei, questa la sua vita. E io la ricorderò così per sempre».

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