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La verità di Giovanni Farina: «Sono ancora qui nonostante tutto»

L’autobiografia del rapitore dell'imprenditore Soffiantini, che fu detenuto alla Calvana nel 1998. Fu uno dei più celebri sequestri di persona in Italia. «Volevano che facessi l’infiltrato, ho scelto di vivere diversamente»

PRATO. Volevano che facessi l’agente provocatore, che mi infiltrassi tra i sardi per raccontare i loro segreti alla polizia, ma ho rifiutato e sono finito a fare i sequestri di persona.

E’ un passaggio dell’autobiografia pubblicata da Giovanni Farina, 63 anni, molti dei quali trascorsi in carcere. Il volume s’intitola “Nonostante i cacciatori di uomini”, edito da Arkiviu Bibrioteka “T. Serra”, e già da questo si capisce l’immagine che l’ex bandito sardo vuol dare di sé. Come dire, nonostante tutto sono ancora qui. Nulla a che vedere con l’ultimo Vasco Rossi, ovviamente. Molto a che vedere con l’orgoglio di un balente, uno che reagisce ai soprusi facendosi rispettare.

Da più di 14 anni Giovanni Farina è dietro le sbarre, attualmente nel carcere di Catanzaro, ma non ha mai smesso di lottare per far sentire la sua voce all’esterno. Nato a Tempio Pausania il 22 settembre 1950 e cresciuto sui monti della Calvana dove i genitori si erano trasferiti, Farina deve scontare una condanna a 28 anni per il sequestro di Giuseppe Soffiantini , che proprio sulla Calvana passò un paio di mesi nella fase finale del rapimento, all’inizio del 1998. Di quel sequestro l’ex primula rossa dell’Anonima non si è mai assunto la responsabilità e non lo fa nemmeno nell’autobiografia (mentre è assodata la sua responsabilità per i sequestri Ciaschi e Del Tongo negli anni Ottanta).

Una delle tesi centrali del libro, nella sintesi che ne dà l’editore, è che Farina sia stato in qualche modo “costretto” a imboccare la strada della criminalità per sfuggire alle «proposte indecenti» che fin da giovane (siamo negli anni Settanta) gli sarebbero state fatte per diventare un “occhio” delle forze dell’ordine all’interno della comunità dei pastori sardi emigrati in Toscana. Lui però di fare la spia o l’agente provocatore non ne aveva alcuna voglia e così, con un salto logico un po’ ardito, gli si sarebbe aperta la strada dei sequestri.

Tesi suggestiva ma tutta da dimostrare, ovviamente. Quel che è certo è che Farina ha avuto, almeno fino alla fine del secondo millennio, una vita spericolata, di cui dà qualche assaggio nell’autobiografia.

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In carcere conosce quelli che diventeranno i suoi complici nei sequestri Ciaschi e Del Tongo. Con loro, incassato il riscatto, si trasferisce in Venezuela dove potrebbe fare la bella vita, se non fosse che qualcuno lo tradisce, viene arrestato ed estradato. In Italia sconta parte della pena e ottiene la semilibertà, ma proprio quando potrebbe cambiare vita, ecco che tornano a farsi sotto le «proposte indecenti» di chi lo vorrebbe infiltrare tra i pastori sardi. Farina sostiene di aver capito che quel tormento non sarebbe mai finito e di aver reagito come venti anni prima, cioè con la fuga.

Verrà poi accusato, insieme ad Attilio Cubeddu (di cui non si sa più nulla) di aver rapito nel 1997 l’industriale bresciano Giuseppe Soffiantini, che sarà tenuto prigioniero anche in un covo sulla collina di San Leonardo, alle porte di Prato, proprio di fronte alla casa sulla Calvana dove Farina ha trascorso l’infanzia. Per lui è soltanto una coincidenza. Quando lo arresteranno a Sidney, nell’agosto del 1998, dirà di chiamarsi Luigi Valiante. Sarà comunque condannato per il sequestro e per alcuni anni sarà sottoposto al duro regime del 41 bis. Ora i capelli sono bianchi, come quelli di Steve McQueen in “Papillon”, ma la tempra sembra sempre quella di chi si spezza ma non si piega.

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