Quotidiani locali

Passato e contemporaneità ah, trovare il giusto mix

Commercialista e vicepresidente dell’Archivio storico Datini si sta occupando per conto del Comune del problema dei 600 fondi sfitti nel centro. Uno, in via del Carmine, ci ha pensato lei a occuparlo

PRATO. Un vulcano quando le chiedi di raccontare a ruota libera la “sua” Prato. Sua perché le radici in questa città sono qui da generazioni e si annodano intorno a parentele illustri, annoverando nell'albero genealogico anche uno come il bisnonno Gioacchino Calamai che fu nel 1912 tra i padri dell’Unione industriale. L’umanista che è in lei la fa ragionare con piglio sicuro di storia del Medioevo, eppure per professione è una commercialista figlia d’arte (lo è anche il padre Paolo). Irene Sanesi è un’economista della cultura, anzi l'economista (non ce ne sono tanti). Capace di infilarti anche due o tre volte il nome di Datini, tra una riflessione e l’altra su Prato. Non è poi così strano visto che si parla della vicepresidente dell’istituto di storia economica intitolato al celebre mercante. «Datini è un contemporaneo come lo è Prato: ogni anno il sito dell’istituto è visitato da un milione e mezzo di utenti di tutto il mondo. Diversamente da altre città toscane ben contraddistinte sul piano storico-artistico come Firenze, Siena e Lucca, Prato presenta una vocazione al contemporaneo che non significa solo Pecci. Si tratta di una “forma mentis”, un modo diverso di porsi rispetto al passato. Mi auguro che Prato possa sviluppare un’identità dinamica, non ancorata alla memoria storica ma ben contestualizzata». Brand “Prato”. Ha preso in mano la patata bollente dei circa 600 fondi sfitti del centro storico. L’incarico di consulente per il brand “Prato” assegnatole dal Comune prevede anche un impegno in questo senso. Intanto è Irene Sanesi a dare il buon esempio, scegliendo il cuore della città dentro le mura come luogo per lavorare. E non una zona a caso. Entro primavera lo studio di commercialisti associati Baldini-Ballerini-Sanesi prenderà casa sulle ceneri dell’ex galleria Gentili in via del Carmine, di fronte alla mensa dei poveri “Giorgio La Pira”. «Una scelta coraggiosa, quella del trasferimento dello studio dopo dieci anni nel Macrolotto, in una delle strade più “difficili” del centro storico. Non è un caso che quei locali fossero occupati da una galleria d’arte: negli ultimi dieci anni la mia attività nel ramo dell’economia della cultura si è intensificata. Fra i clienti segue enti e fondazioni culturali anche fuori Prato». Non sarà soltanto un trasloco di uffici. Il fondo, di circa 450 metri quadri, sarà soppalcato da struttura che separerà gli studi, per un totale di 600 metri quadri dal quale sarà ricavato un “open space” che sarà vissuto dalla città. «Complice la vicinanza con la galleria Lato e lo studio del stilista Riccardo Rami, vogliamo creare uno spazio di “connessioni” creative. Così vorrei la mia Prato tra vent’anni, ricca di “connessioni” e con un approccio da “smart city”». Tornando al brand “Prato”, oltre a studiare come rendere efficienti in chiave di sostenibilità economica le partecipate del Comune in campo culturale, Irene ha in mente una serie di incentivi per sostenere le start up dei giovani interessati a investire dentro mura, attraverso sgravi burocratici e intercettando fondi europei. «Stiamo cercando di capire l’orientamento dei proprietari: alcuni sembrano puntare unicamente sulla monetizzazione, altri preferiscono tenere i fondi sfitti. Sono una figura tecnica, lavoro dietro le quinte ed è giusto che sia così». Lavora per la sua città, Irene Sanesi. Ben sapendo che Prato non è Firenze. E che per portare gente in centro non si può pensare all’andar per shopping tradizionale. «Perché non c’è solo lo shopping. Si chiama “marketing experience”. Il pratese viene in centro per l’evento e in quella occasione fa acquisti. Ma l’estetica è importante e occorre lavorare ancora per rendere più bella la nostra città».

Città “glocreal”. Il neologismo l’ha coniato per le pagine del suo libro uscito nel 2011, dal titolo “Creatività cultura creazione di valore. Incanto economy”. La Prato vista con gli occhi di Irene Sanesi è “glocreal”, ovvero la dimensione del “glocal” (mix di “globale” e "locale") unita a una componente di creatività. «Cito il grande storico Carlo Maria Cipolla, secondo cui il made in Italy significa fare cose belle che piacciono al mondo. E’ questo un tratto che riconosco alla mia città e al talento dei pratesi, l'idea del “glocreal”. Un loro limite: aver pensato, nel momento in cui il tessile tirava, che le loro giornate fossero unicamente fatte di casa e lavoro. L’equazione secondo cui: lavoro, produco, quindi sono un “ganzo”». La crisi che Prato sta vivendo potrebbe essere invece un’occasione preziosa per «riappropriarsi della cultura come conoscenza e apprendimento, una “cura”, qualcosa di cui Prato ha bisogno in questa fase storica».

Storica dell’arte mancata. Ai tempi del Convitto Cicognini, sui banchi del liceo scientifico Irene sognava di immergersi nei libri di storia dell’arte. «Feci una scelta di pragmatismo iscrivendomi a economia e commercio. Mi laureai però in storia dell’economia medievale con il professor Giampiero Nigro, oggi direttore scientifico della Fondazione

Datini che dirigo». Uno dei gioielli artistici cui è più affezionata la giovane professionista, mamma di tre bimbi, è sicuramente la cappella Migliorati nella chiesa di San Francesco, affrescata da Niccolò Gerini con le storie di San Matteo. Protettore, guarda un po’, dei commercialisti.

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