Avviso di garanzia per il sindaco Cenni, ipotesi bancarotta

Il reato contestato al primo cittadino è quello di bancarotta fraudolenta e riguarda il suo ruolo di amministratore della Sasch. La prima reazione: "Disponibile a fornire tutti i chiarimenti, la Sasch ha operato correttamente"

    Occultamento o distruzione di documenti, uso di false fatture, bancarotta fraudolenta. Sono le ipotesi di reato contestate dalla Procura al sindaco-imprenditore Roberto Cenni, al figlio Giacomo e ad almeno altri sei ex amministratori del Gruppo Sasch, la cui parabola, iniziata trionfalmente sui mercati internazionali e consacrata sulle passerelle di Miss Italia, potrebbe concludersi in un’aula di Tribunale. Al di là dei tecnicismi giuridici, al patron di quella che fu la Sasch e ai suoi più stretti collaboratori viene contestato di aver compiuto azioni ai danni dei tanti creditori (circa 200 milioni il passivo stimato).

    Non è stata propriamente un fulmine a ciel sereno la notizia arrivata ieri degli otto avvisi di garanzia firmati dal sostituto procuratore Eligio Paolini che hanno terremotato il panorama politico ed economico cittadino. Da tempo si rincorrevano voci su un’inchiesta che gli inquirenti hanno sempre smentito, ma i presupposti dell’inchiesta erano noti da tempo.

    A notificare gli avvisi sono stati gli uomini del Nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza, ma dagli inquirenti non trapela uno spillo. A casa del sindaco, alla Pietà, i finanzieri si sono presentati prima delle 9 di ieri mattina. Dopo aver sbrigato le formalità burocratiche, hanno sequestrato alcuni documenti relativi alla Sasch, risalenti ad alcuni anni fa. Il fatto che nell’inchiesta sia finito anche Roberto Cenni significa che gli inquirenti hanno indagato e indagano su fatti precedenti alla primavera del 2009, quando Cenni, candidandosi a sindaco, abbandonò le cariche sociali.

    Tra questi fatti c’è anche la disastrosa e misteriosa avventura russa: l’accordo con un distributore di Mosca che poi non avrebbe rispettato i patti, facendo perdere decine di milioni al Gruppo Sasch (questa almeno la versione finora data della storia). E la non meno negativa avventura cinese, con l’apertura di uno stabilimento i cui operai, nell’agosto del 2010, inscenarono una clamorosa protesta sotto il consolato italiano di Shanghai reclamando gli stipendi.
    22 dicembre 2011

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