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A Prato mobbing fa rima con crisi

In aumento i casi di stress da lavoro. Tra i dipendenti e i titolari

PRATO. Se si lavora in tempo di crisi in una piccola azienda produttiva a carattere familiare, le probabilità di accumulare stress sono molto più alte. Se si è donne poi, le probabilità aumentano ancora. Fatte le dovute eccezioni infatti nei laboratori dove si producono cose e non servizi c'è molta meno attenzione al benessere dei lavoratori così come se l'azienda è gestita da padri e figli è molto più difficile cambiare le abitudini. E spesso ad essere stressati non sono solo i lavoratori ma anche i datori di lavoro che sentono sulle loro spalle il peso delle responsabilità. A Prato poi con l'arrivo della crisi si è registrato un forte incremento di casi di mobbing. Quando le cose vanno male infatti è molto più frequente che si scarichi la propria tensione sugli altri.  Cristiano Pacetti, pratese, psicologo e psicoterapeuta relazionale titolare di una società, la Lysis, che si occupa di medicina e psicologia sul lavoro, di storie ne ha sentite tante. Tante da decidere con un collega, Ettore Bargellini, di scrivere un libro dall'accattivante titolo "Manuale di sopravvivenza allo stress sul lavoro".  Pacetti, qual è la temperatura dello stress sul lavoro a Prato? «Alta perché i problemi sono tanti. Quando un distretto attraversa una crisi come quella di Prato la situazione si fa difficile. Questo è in linea con altre realtà similari mentre ho notato che rispetto ad altri distretti c'è più diffidenza a cambiare le dinamiche delle relazioni all'interno delle aziende. La conduzione familiare porta a passare comportamenti di padre in figlio e a dire "si è sempre fatto così"».   Ma cosa si dovrebbe cambiare per essere meno stressati? «Portare il benessere in azienda non significa trasformarla in una spa ma fare in modo che migliorino i rapporti tra colleghi, creare un clima sereno migliora anche la produttività. Una volta un'imprenditrice tessile si è rivolta a noi perché non riusciva più a gestire l'azienda, accadevano tanti infortuni. Costretta per la morte del babbo a prenderne le redini, ma volendo fare altro nella vita, aveva rivoluzionato un sacco di cose. Non permetteva alle dipendenti di parlare tra loro, le controllava continuamente. Queste operaie erano talmente stressate che involontariamente producevano meno e si facevano anche male. Stava riversando la sua aggressività per questo compito che le era caduto sulle spalle su di loro. Quando ha cambiato atteggiamento le cose sono migliorate».  Ma come si riconosce lo stress da lavoro? «Emicrania, gastrite e malattie psicosomatiche in genere. Aumentano i litigi in famiglia, si mangia troppo o troppo poco, si ha insonnia o un'ipersonnia. E' necessario cominciare con i primi sintomi ad ascoltarsi, a darsi delle regole alimentari, a fare sport e ad avvicinarsi a tecniche di rilassamento».  C'è attenzione da parte delle aziende per questi temi? «No, l'obbligo della documentazione per la valutazione del rischio è vissuto come un inutile adempimento. C'è una crescente attenzione invece
negli studi professionali e nelle agenzie assicurative. Gli altri chiedono una consulenza solo quando si rendono conto di aver perso la capacità di tirare le fila in azienda o di aver perso la leadership».

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