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Giovanni Farina racconta le sue prigioni

L'ex primula rossa: non ho ucciso nessuno e morirò in carcere

 PRATO. «Sono Farina Giovanni, nato a Tempio Pausania il 22 settembre 1950, e scrivo dal carcere di Catanzaro». Inizia così la lettera del bandito sardo condannato per il sequestro dell'imprenditore bresciano Giuseppe Soffiantini.  Sono passati quasi 12 anni dall'agosto del 1998, quando Farina fu arrestato dalla polizia australiana nei pressi di Sydney, dove si era rifugiato col falso nome di Luigi Valiante. Da allora, nonostante i processi celebrati a Roma per il sequestro Soffiantini e per l'omicidio dell'ispettore dei Nocs Samuele Donatoni (condannato a 28 anni per il primo, assolto con formula piena per il secondo), sull'ex primula rossa è calato l'oblio. Sono lontani i giorni delle frenetiche ricerche sulla Calvana, dove Farina era cresciuto e dove poi fu scoperto l'ultimo covo dei rapitori, lontano il giorno della liberazione. Molti si sono dimenticati di Giovanni Farina, ma non la giustizia, che non fa sconti. E ora il detenuto Farina scrive all'amico pratese Paolo Bonechi e si lamenta per il trattamento che gli viene riservato in carcere.  «Non è vero che in Italia non c'è la pena di morte», e ancora: «Il solo scopo della mia detenzione è di impormi di autoaccusarmi di un crimine che non ho commesso. La mia detenzione è una vendetta di Stato». Cita la Convenzione internazionale dei diritti dell'uomo, cita a memoria il Codice di procedura penale, il tempo per aggiornarsi non gli manca. Per mesi, dopo l'arresto in Australia, ha negato di essere Farina e in seguito non ha mai ammesso di aver sequestrato Soffiantini, che pure è andato a trovarlo in carcere. Su una cosa ha certamente ragione: non è stato lui a uccidere l'ispettore Donatoni nel corso di uno scontro a fuoco il 17 ottobre 1997 a Riofreddo (Roma). Il poliziotto fu colpito da "fuoco amico", come ha riconosciuto dalla Corte d'assise nel 2005, che parlò anzi di un depistaggio compiuto dai Nocs per coprire responsabilità interne. Farina è convinto che la pistola che esplose il colpo fatale fosse in mano a un notissimo magistrato, di cui non faremo il nome perché ovviamente manca qualsiasi tipo di riscontro. Dice in sostanza Farina: non ho ammazzato nessuno e nemmeno sono stato accusato di associazione di stampo mafioso, ma ciò nonostante mi hanno condannato all'ergastolo "ostativo", che significa «fine pena mai». Dal 2007, aggiunge, non ha potuto fare un incidente di esecuzione sul cumulo delle pene, un meccanismo giuridico per chiedere il ricalcolo della pena da scontare. Secondo i suoi calcoli, avrebbe dovuto essere già in libertà.  Ma quello che più lo affligge adesso sono le condizioni in cui è costretto a vivere nel carcere di Catanzaro. Lenzuola macchiate, materassi vecchi e puzzolenti, spazzatura accumulata nei cortili. Fino al gennaio 2009 è stato nel carcere di Spoleto col regime del 41 bis, quello riservato ai mafiosi. Quando gliel'hanno tolto lo hanno mandato in Calabria «lontano mille chilometri dai miei familiari». Dice di essere allergico alla nicotina e lo mettono insieme a un detenuto fumatore, poi lo spostano in una cella dove quando uno sta in piedi l'altro deve stare per forza sdraiato a letto. Chiede occhiali da vista, glieli consegnano dopo sei mesi. Le docce spesso sono fredde. E lui di conseguenza conclude: «Il vero Guantanamo non è a Cuba, sono le carceri italiane». E se la prende coi «tiranni» che governano il paese:
«Giorno dopo giorno vi stanno rubando l'anima. Che cosa credete di trovare oltre il buio che vi stanno costruendo intorno?». Comunque la si pensi su di lui, Farina cerca di uscire dal buio con l'unica arma che gli rimane, la parola.

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