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La ventenne "rinata" grazie alla cultura del dono 

La storia di Clarissa Salvadori, trapiantata di midollo: "Le oltre 150 trasfusioni mi hanno salvato la vita"

PONTEDERA Ha vent’anni, ma ha già vissuto almeno tre vite. Clarissa Salvadori, studentessa e appassionata di danza di Fucecchio, stava benissimo. Poi una notte ha accusato un malore. E da quel momento ha dovuto affrontare una leucemia che l’ha portata al trapianto di midollo. Andata all’inferno e ritorno, sia per lei che per la sua famiglia. Ma ora sta bene e contribuisce a diffondere la cultura del dono partecipando a incontri organizzati da associazioni di volontariato per raccontare la sua storia e dire quanto sia importante il semplice gesto della donazione di sangue.

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A lei, che ha ricevuto oltre 150 trasfusioni tra sangue, piastrine e plasma, quelle mezze ore che ogni donatore trascorre nei centri di ospedali come Pontedera o Volterra hanno contribuito in maniera fondamentale a salvarle la vita. «Le cure a cui mi dovevo sottoporre erano tremende - racconta - E senza trasfusioni non so come avrei fatto. Donare sangue è importantissimo. Specialmente in estate. Proprio in quel periodo del 2012, a ridosso del trapianto, di sangue a disposizione ce n’era poco. I medici non sapevano cosa fare, perché è un momento in cui, solitamente, le donazioni diminuiscono. Allora, i miei genitori sparsero la voce tra i loro tanti conoscenti per farli andare al centro trasfusionale di Pisa per farli donare sangue. Fu buffo, perché si presentavano tutti dicendo che erano lì per me, anche se non si dona sangue su commissione. Certo, molte sacche furono destinate a me, ma dopo un po’ gli addetti all’accoglienza del centro trasfusionale cominciarono a chiedere ai donatori se erano venuti per Clarissa Salvadori».

Un incubo per la ventenne, tra quella notte del 30 dicembre 2011 in cui perse i sensi nel bagno di casa e il 14 luglio dell’anno successivo. Babbo Maurizio, che fa il commercialista, e mamma Daniela che di lavoro fa la consulente del lavoro, insieme alle sorelle di Clarissa, Irene e Rachele, furono spinti in una spirale drammatica, con l’allora quindicenne ricoverata all’ospedale pediatrico Meyer dopo il responso delle analisi e cicli di cure devastanti, in cui la ragazza non riusciva neppure a bere acqua. Poi il miglioramento delle condizioni, ma la sentenza inesorabile dei medici: serve il trapianto di midollo.

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«A quel punto i miei familiari si sottoposero ai test di compatibilità - racconta Clarissa - col risultato che le mie sorelle erano compatibili tra di loro, ma non con me». Venne azionata, quindi, la ricerca a livello nazionale e internazionale con una sorpresa: un uomo tedesco di 42 anni che sembrava il gemello genetico della fucecchiese. L’ok al trapianto arrivato dalla Germania fu una liberazione, ma anche dopo il trattamento definitivo, servivano trasfusioni.Poi, piano piano, quel corpicino martoriato è tornato in forze. Fino al diploma al liceo linguistico Virgilio di Empoli, dove Clarissa seguiva le lezioni via Skype, grazie all’aiuto di alcuni compagni e dei professori. La maturità con 95 centesimi, nessun anno perso per la malattia e il ritorno alla vita.

Oggi Clarissa studia mediazione linguistica all’Università di Firenze, ha ripreso a danzare e ha un fidanzato. «Tramite un’associazione di Genova ho anche scritto al mio donatore di midollo - racconta - Per legge donatori e riceventi non possono avere informazioni approfondite gli uni degli altri. Ma la sua lettera di risposta è custodita nella mia cameretta tra le cose più preziose che ho». (a.q.) 

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