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La seconda vita del tenente nemico dei mafiosi

Peccioli: Fabio Tommasini protagonista del libro “Noi, gli uomini di Falcone” scritto dal generale dell’Arma Angiolo Pellegrin

PECCIOLI. Ora abita a Peccioli con la propria compagna ed è proprio in Valdera che ha iniziato la sua seconda vita, dopo la prima trascorsa a cambiarsi gli abiti e le divise impregnati dal puzzo di cadavere. Un fetore che ha contraddistinto per decenni l’aria della Sicilia e che lui, l’ex tenente Thomas dell’Antimafia di Palermo, al secolo Fabio Tommasini, uno dei più fidati collaboratori del magistrato Giovanni Falcone, ha contribuito a combattere e a sconfigere parzialmente.

«Potevamo arrestarli tutti, mafiosi e pezzi infedeli dello Stato, ma qualcuno, in alto, si è tirato indietro sul più bello». Questa è una delle frasi più forti del generale dei carabinieri Angiolo Pellegrini, capo di quella squadra di investigatori, contenute nel libro “Noi, gli uomini di Falcone” che venerdì 21 aprile, dalle 18, al Triangolo Verde di Legoli, sarà al centro di una serata-evento organizzata dal nostro giornale.

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Pellegrini arrivò a Palermo nel gennaio 1981, proprio nei giorni in cui la mafia stava seminando una lunga scia di cadaveri eccellenti e stava tenendo l’isola sotto scacco. Su input di Falcone, in poco tempo mise insieme una squadra di fedelissimi, la banda del “capitano Billy The Kid” (di cui faceva parte appunto l’ora pecciolese d’adozione Fabio Tommasini, ovvero “il tenente Thomas”), e cominciò ad infilare il naso dove nessuno aveva mai osato, guadagnandosi l’amicizia e la stima del magistrato.

Mentre i “viddani” di Totò Riina e Binnu Provenzano falcidiavano a colpi di kalashnikov le vecchie famiglie, carabinieri, polizia e magistrati si alleavano in un’azione congiunta culminante nel rapporto dei 162 e nell’estradizione di Tommaso Buscetta. Il maxiprocesso potrebbe essere il colpo decisivo, e invece… Il libro di Pellegrini ricostruisce dall’interno, a ritmo serrato, il periodo più drammatico ed eroico della guerra a Cosa Nostra: quello che vide uno sparuto gruppo di uomini coraggiosi combattere davvero e dare nuova speranza alla Sicilia; ma anche quello che vide cadere Dalla Chiesa, D’Aleo, Chinnici, Cassarà e Montana. Forse inutilmente, perché il vero nemico rimase senza volto: un oscuro, ambiguo potere politico che prima negò mezzi, risorse e possibilità, e poi smantellò la squadra.

Di quest’ultima Tommasini era uno dei punti cardine: «Mi torna in mente - scrive di lui Pellegrini nel suo libro - quando arrivò mesi prima, appena uscito dalla Scuola ufficiali. Era entrato nel reparto quasi in punta di piedi. E il primo impatto non era stato dei migliori. L’avevo inquadrato subito: un giovane, educato, volenteroso, ma senza alcuna esperienza. Gli mancava il pelo sullo stomaco. E a Palermo, in questo mestiere, non puoi permettertelo. Un giorno, con le lacrime agli occhi, mi disse: “Ma cos’ho fatto di male per essere trasferito a Palermo?”. Lo aiutai subito a riaversi da quel momento, con un misto di tenerezza paterna e desiderio di scuoterlo. Possibile - pensai - che un ragazzo così pieno di potenzialità debba perdersi d’animo in questo modo? Bisognava fare qualcosa». E Pellegrini ci riuscì. «“Tommasini, da oggi tu stari sempre vicino a me, al comandante, va bene?”, gli dissi. Mi sarei occupato personalmente della sua formazione. L’avrei fatto diventare un uomo.

L’impresa si sarebbe rivelata meno difficile del previsto. Fabio era un ragazzo intelligente e imparava in fretta. Era bastato tenerlo sotto la mia ala protettrice, riempirlo di consigli e suggerimenti, fargli un po’ da padre insomma. Al resto, a indurirlo abbastanza da consentirgli di sopravvivere in quella giungla, ci aveva pensato il lavoro stesso. “Il figlio del capitano”, così lo prendevano bonariamente in giro i colleghi per via del legame che s’era creato tra noi. Dopo meno di un anno di “apprendistato”, era diventato una delle punte di diamante dell’Anticrimine. E presto sarebbe diventato anche il mio vice».

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