Quotidiani locali

Gli eredi dei calzolai

Ecco come resistono con buona pace dei cinesi

PONTEDERA. Tommaso Cerrai, detto Maso, è morto nel '41. In pochi possono ricordare gli accidenti che lanciava a San Crispino, patrono dei calzolai, dalla bottega nell'ingresso della sua casa in Via Roma. Col portone aperto, allestiva il banchetto con semenze e bullette, indossava il "grembiale" blu ebagnava e batteva a lungo il cuoio col martello, per ammorbidirlo. Facile che molti giovani ricolleghino i ciabattini solo al presepe e ai romanzi. Eppure, chi entra nella bottega di un calzolaio, trova spesso un cliente.

Un mestiere che sta diventando sempre più difficile da tramandare. Ademaro Burgalassi fa il calzolaio dalla metà degli anni sessanta, quando aveva circa diciassette anni, ma ha aperto il negozio in Via Vittorio Veneto nell'80. Da allora per lui il lavoro non è cambiato, né per quanto riguarda le richieste dei clienti, né in merito all'attrezzatura e ai macchinari. «Guarda, durano non una vita, ma dieci, rivela da sotto i baffoni bianchi. «Ho un banco di fissaggio che avrà duecento anni.» Accanto al banco ha una grossa macchina di metallo verde: una rivettatrice. La usa per suste e automatici, perché lavora anche su borse e giacche. Ci sono anche la trancia per le forme (con cui taglia pelle e gomma), la "Black" per cucire il cuoio, la pressa, la taglierina, la bicorna, il forno per riattivare il mastice e macchine da cucire di vario tipo.
La sua giornata è scandita in modo calcolato.


A partire dalle sette di mattina svolge lavori che fanno poco rumore, alla fresa, per esempio; rifinisce ciò che ha incollato il giorno prima, fino a metà mattinata. «Poi ricomincio il lavoro che mi hanno portato, lo preparo, incollo e attacco». All'amara domanda sulle sorti della sua discendenza scuote la testa. «Mi sarebbe garbato. Bene o male ci si campa la famiglia». Ma i figli di Ademaro non ne hanno proprio voluto sapere di fare il calzolaio.

Se dall'Oltrera si viene verso il centro, s'incontra invece il negozio di Angiolino Grassini. Lui ha iniziato nel 1978, contemporaneamente al lavoro in Piaggio. Poi, la cassa integrazione lo ha costretto ad arrangiarsi. «Dovetti imparare. M'insegnò un amico». Ma un lavoro scelto "per bisogno" lascia l'amaro in bocca quando il mercato comincia ad andare contro l'artigianato. «Già prima c'era poco lavoro, oggi ancora meno. Prima c'era più cuoio, ora è tutto di plastica - borbotta grattandosi un sopracciglio. «Il problema sono le scarpe cinesi. Se prima si prendevano dieci euro, per dire, ora se ne prende uno». Il solo vantaggio rispetto a ieri, a parer suo, sta nei macchinari. Nonostante il progresso, anche Angiolino ha un orario di lavoro molto duro, visto che inizia la mattina alle otto e finisce alle otto di sera. Lui non ha una giornata con ritmi ben scanditi. Dipende dal tipo di lavoro che gli viene richiesto. Il famigerato tacco rotto è quello che va ancora per la maggiore.
Anche i figli di Angiolino non hanno voluto intraprendere la sua stessa strada. «A me piaceva, però ora arrivi in fondo e ti va tutto in spese. Oggi come oggi, la famiglia non la camperei più».
Inoltrandosi in centro, ci si trova di fronte a due figure completamente diverse fra loro: il ciabattino d'altri tempi e il giovane imprenditore che ha fatto una scelta coraggiosa.
Alla Boutique del calzolaio di via Silvio Pellico, difatti, c'è Luciano, che ha "solo"' quarantasette anni. È stata una sua libera scelta quella di iniziare nel '90, ma il mondo delle calzature non era nuovo per lui, perché il padre lavorava col nonno sin da quando aveva dieci, dodici anni. A mano, col banchetto. Il negozio è grande e i clienti si avvicendano. La sua giornata tipo dipende dai lavori che gli vengono commissionati. Ci si chiede cosa possa aver spinto un ragazzo di ventisette anni verso la professione del calzolaio, cosa possa piacergli di questo lavoro. «Il rapporto col pubblico...». Ridacchia, e si allontana di qualche metro per raggiungere un macchinario alle sue spalle. «E che sono per conto mio, senza padroni».
Ercole Granchi, invece, lavora in via Palestro. Se apri la porta te lo trovi subito davanti, chino sul tavolo.

Non faccio in tempo a esprimere la mia richiesta che sbotta: «Eh, ma c'è po'o da di'...». E ficca di nuovo lo sguardo nella scarpa rotta che si rigira fra le mani.
Il negozio è piccolo. Sulle pareti, le foto del babbo, con cui ha iniziato a lavorare a mano a dodici anni. Ercole adesso ne ha settantacinque, ma ha lo sguardo acceso di un quindicenne. «Ormai c'ero nato. Che voi fa'? E 'un ti ritiri più dopo...».

E anche il suo sarcasmo guizza subito al nemico del Sol Levante: «Ieri si lavoricchiava. Oggi meno, per via de' cinesi». Anche lui è solo. I figli non se la sono sentita di lavorare dalle otto di mattina alle otto di sera. «E poi se si lavora fori c'è'n padrone solo. lo c'ho tutti i clienti». Guarda dall'alto in basso. In mano ha una scarpa sfatta. La fa osservare, stirando un sorrisetto ironico, poi riabbassa il capo. «Se chiedessi sordi per ir
tempo'e ci so' stato sopra...».
"È un artista" lo definisce l'amico che arriva in quel mentre. E non ci sono dubbi, perché il pensiero resta fisso su quella scarpa distrutta. Chiunque sia il proprietario, prima di comprarsela nuova, ha deciso di portarla a Ercole! Con buona pace dei cinesi.

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